- Transromanica. Un sorprendente viaggio nel Medioevo
- Al Castello di Canossa
- XX Rievocazione storica canossiana
- Sovana, l’incantata cittadina di san Gregorio VII
- Romano Guardini
- Plinio Corrêa de Oliveira
- Usciamo dal Medioevo
- San Benedetto Po e la sua Matilde
- 2 anni di www.ilperdonodicanossa.com
- Padre Popieluszko, un testimone eroico della bellezza del Vangelo
- Padre e figlio
- Accadde a Canossa: IL PERDONO
- Aurelia Fresta e Angela Chiapponi presentanoil libro di Gino Badini “Matilde a Canossa”
- A Canossa risorgerà il Borgo di Riverzana
- Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff
- Hic Sunt Histriones e la Fondazione Italia Onlus - delegazione di Mirandola
- Apertura al prossimo perdono e ricerca della pace
- "Andare a Canossa" con la guida di Gino Badini
- pf. Glauco Maria Cantarella
- In occasione della Perdonanza indulgenza plenaria durante l'Anno di Papa Celestino V
- Ideanatura
- Il perdono, una tappa obbligata sulla via della riconciliazione
- Il contrasto tra Chiesa - Impero
- Matilde di Canossa ispiratrice di nuove drammaturgie
- Dal letame nasce l'amore
- Matilde di Canossa tra potere, solitudine e religione
- SAN PIER DAMIANI: “Signore, perdonalo”
- L'imperatore è alla porta? Fatelo attendere (di Antonio Paolucci)
- Scusa
- Messaggio per la Giornata della pace 2009
- Il romanico
- Matilde, femminista senza saperlo?
- Il perdono di Canossa diventa un sito internet
- Carpineti in Mostra
- Lungo le strade di Matilde
- Reggio Storia: da 30 anni nella nostra memoria
- Cristiani in India
- Matilde sei mitica!
- Là dov'è il tuo tesoro
- Giovanni Maria Vianney, trasportatore
- Il valore del perdono di Canossa
- Ingrid Betancourt nel cuore della gente
- Bronislaw Geremek, trattare per costruire
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21 settembre 2010
Transromanica. Un sorprendente viaggio nel Medioevo
Nei fine settimana del 25-26 settembre, 2-3 e 9-10 ottobre si va alla scoperta del Romanico modenese tra lezioni magistrali, conversazioni, incontri, conferenze spettacolo, banchetti e visite guidate. Partecipano alle iniziative illustri esperti del medioevo, critici dell'arte, scrittori, attori.

Tre weekend, l'ultimo di settembre e i primi due di ottobre, alla scoperta del Romanico modenese tra itinerari ed escursioni, storia e cultura, gusto e gastronomia. È la proposta di "Transromanica. Un sorprendente viaggio nel Medioevo", l'iniziativa promossa dalla Provincia di Modena nell'ambito del progetto europeo CrossCulTour dedicato allo sviluppo di itinerari turistici legati al patrimonio Romanico in tutta Europa.
Nei fine settimana del 25 e 26 settembre, del 2 e 3 e del 9 e 10 ottobre, il ricchissimo programma di appuntamenti prevede lezioni magistrali, conversazioni, incontri letterari, conferenze spettacolo, banchetti e visite guidate. Saranno alcuni tra i massimi esperti italiani di Romanico e medioevo ad approfondire la storia, i simboli, l'arte e lo stile di vita di quel periodo, per raccontare ai visitatori le vicende e i segreti narrati dalle sculture in pietra e dagli affreschi di chiese e castelli. Si parte da Montefiorino, sabato 25 settembre, alle 16,30, con "Bestiari celesti, mostri e simboli del Romanico" interpretati dallo storico della Chiesa Matteo Al Kalak. Secondo appuntamento a Carpi, sabato 2 ottobre, alle 15, con gli storici del medioevo Paolo Golinelli e Chiara Frugoni che, con "La voce delle immagini", illustrano i temi della religiosità e dell'incredulità. Sempre il 2 ottobre, a Spilamberto, alle 17,30, Bruno Andreolli, con lo chef Paolo Reggiani, racconterà le abitudini alimentari delle nostre terre tra alto e basso medioevo. Domenica 3 ottobre, alle 17, a Modena è in programma "Cavalieri sulla via del pellegrinaggio", conversazione con il medievista Franco Cardini. Sabato 9 ottobre, a Nonantola, alle 16,30, il grande storico dell'arte Carlo Arturo Quintavalle spiegherà gli affreschi romanici della zona.
Sono previsti poi incontri con scrittori come Enrico Brizzi e Marco Santagata che presenterà una rilettura del Boiardo e dell'Ariosto insieme agli attori Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco, mentre Stefano Masi e Luca Catanzaro, anche loro attori, animeranno con suggestive proiezioni una lettura spettacolo di testi medievali.
Uno dei temi che attraverserà i tre weekend di Transromanica sarà quello del convivio alla maniera medievale, ma con gusti e sapori che rappresentano ancora oggi la tradizione gastronomica modenese. Dalla cena medievale nell'antica canonica della pieve di Rubbiano a Montefiorino alla simulazione di un festeggiamento medievale con banchetto nel cortile del castello di Carpi. Dalla cena intorno al fuoco del castello di Montecuccoli, al grande banchetto del maniero di Formigine con balli e giochi d'arme, senza dimenticare l'accogliente convivio di Sestola per gustare un dolce tipico medievale e le merende e gli aperitivi a base di prodotti tipici che coronano molti degli appuntamenti in programma.
Non mancheranno infine le escursioni guidate lungo le antiche vie dei pellegrini e dei commercianti medievali, l'esplorazione di torri e torrioni solitamente non aperti al pubblico e notti a lume di candela in cui sperimentare le atmosfere dell'anno Mille.
Alla manifestazione aderiscono i Comuni di Modena, Carpi, Castelvetro, Formigine, Fiumalbo, Mirandola, Montefiorino, Nonantola, Pavullo, Fanano, Sassuolo, Sestola, Vignola, l'Arcidiocesi di Modena e Nonantola, l'Università di Modena e Reggio Emilia, il Capitolo metropolitano del Duomo di Modena, la Diocesi di Carpi.
"L'iniziativa - spiega Elena Malaguti, assessore alla Cultura della Provincia di Modena - si colloca all'interno del progetto CrossCulTour che incentiva il turismo culturale mettendo a frutto le potenzialità del patrimonio romanico distribuito nelle regioni europee utilizzando anche, come in questo caso, modalità nuove e diverse nell'approccio".
L'epoca del Romanico riguarda il periodo dal 950 al 1250 dopo Cristo, quando per la prima volta in Europa regioni e paesi con differenti identità culturali svilupparono uno stile uniforme nell'arte e nell'architettura. Migliaia di persone si spostavano sfruttando i sentieri di terra e i corsi d'acqua attraverso tutta l'Europa. Uno dei motivi principali per viaggiare era il pellegrinaggio. I pellegrini, una volta rientrati nel loro Paese, commissionavano spesso ad artigiani o architetti opere simili a quelle che avevano visto altrove. Tracce di questa fruttuosa esperienza condivisa si trovano proprio lungo la via culturale Transromanica, dove conventi, chiese e altri edifici disseminati in diverse regioni offrono ai turisti una panoramica dello stile architettonico e dello spirito del Romanico.
Il territorio modenese vanta in particolare un enorme patrimonio storico, artistico e architettoniche di testimonianze del Romanico, un percorso che comprende in primo luogo a Modena il Duomo, la Ghirlandina e Piazza Grande, monumenti "patrimonio dell'umanità" riconosciuti dall'Unesco, e poi l'Abbazia di Nonantola, la chiesa della Sagra di Carpi e le tanti pievi dell'Appennino, tra cui quelle di Renno, Rocca S.Maria, Trebbio, Rubbiano e l'Abbazia di Frassinoro.
31 agosto 2010
Invitiamo tutti a partecipare a questa bellissima iniziativa che ha presso il Castello di Canossa proprio come tema quello del perdono, della penitenza, della redenzione.
Domenica 12 settembre, ore 17.00
Fare Canossa...i monologhi del perdono
Di e con Gabriele Parrillo
Nel meraviglioso scenario del Castello di CANOSSA un viaggio nella letteratura teatrale e poetica di tutti i tempi, guidato dal tema del perdono e della penitenza, immaginando chi oggi vorremmo vedere inginocchiato, non per vendetta, ma perché alle volte il pentimento può essere una strada per la redenzione e il perdono, una strada aperta verso una pace possibile nel nostro cuore….
Durata: 45 minuti
Gabriele Parrillo
Gabriele Parrillo lavora principalmente come interprete dividendosi spesso tra cinema e tv.
Tra i ruoli di maggior rilievo: Feisbum - Il film, Don Matteo e Movimenti.
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31 agosto 2010
XX Rievocazione storica canossiana
Nella stupenda cornice dei castelli che si affacciano sulla Val d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, domenica 5 settembre alle ore 16.30 si svolgerà la XX Rievocazione Storica Canossana in costume. Le piazze di Ciano d’Enza saranno teatro del famoso incontro tra papa Gregorio VII, l’imperatore Enrico IV e la gran contessa Matilde, quest'anno interpretata da Anna Safroncik. Centinaia di nobili, popolani e cavalieri in costume medievale – in rappresentanza di tutte le contrade di Canossa – renderanno omaggio con cortei e antichi giochi di destrezza alla figura femminile più importante d’Italia.
PROGRAMMA EDIZIONE 2010
Sabato 4 settembre 2010:
- Tutto il giorno:
Piazza Matilde di Canossa – Ciano d’Enza.
Mercatino Arte – Artigianato – Prodotti Tipici.
- Dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30
Teatro Comunale “Matilde di Canossa” - Ciano d'Enza.
Esposizione delle tavole del libro “Matilde e suoi Castelli” di Eleonora Grasselli.
- ore 16.00
Ciano d'Enza, Scuola Primaria
V Palio di Matilde
Percorso a squadre Ciano d'Enza-Castello di Canossa
- Ore 17.00:
Teatro Comunale “Matilde di Canossa” - Ciano d'Enza
Animazione per bambini con Mariaestella Coli e l’Associazione Culturale “Arte in gioco”.
Ore 20.00:
Teatro Comunale “Matilde di Canossa”.
V PALIO DI MATILDE.
Assegnazione del Palio alla Contrada vincitrice.
Piazza Matilde di Canossa – Ciano d’Enza.
Cena in Piazza a cura del Ristorante Enoteca “Il Giglio”.
Domenica 05 settembre 2010:
- Tutto il giorno:
Piazza Matilde di Canossa – Ciano d’Enza.
Mercato – tradizionale esposizione di bancarelle.
Giostre per bambini.
- Tutto il giorno:
Piazza Matteotti – Ciano d’Enza.
“Angolo dei Sapori” – degustazione e vendita di prodotti tipici locali.
Mercato medievale.
Animazione e spettacoli con fuoco - musici – giocolieri.
Laboratori per bambini.
- Dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30
Teatro Comunale “Matilde di Canossa”.
Esposizione delle tavole del libro “Matilde e suoi Castelli” di Eleonora Grasselli.
- Ore 16.30:
XX RIEVOCAZIONE STORICA CANOSSANA.


Comune di Canossa
Provincia di Reggio Emilia
Nel ruolo di Matilde ANNA SAFRONCIK.
In occasione del Centenario della Ferrovia - tratta ferroviaria Reggio Emilia / Ciano d’Enza si organizza il viaggio in Treno a Vapore accompagnati dalla guida dell’ Associazione SAFRE che illustrerà la storia della ferrovia.
Orario di andata:
P. Reggio Emilia – ore 14.30 - A. Ciano d’Enza – ore 15.30
Orario di ritorno:
P. Ciano d’Enza – ore 19.23 - A. Reggio Emilia – ore 20.34
Il biglietto è gratuito.
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27 agosto 2010
Sovana, l’incantata cittadina di san Gregorio VII
tratto da: Radici Cristiane, anno I, giugno 2005, n. 5, p. 40-42.
Di ROBERTA MOCHI

Sovana è uno dei borghi medievali più integri della Toscana, oltre ad essere uno dei più suggestivi luoghi della memoria, legata com'è al ricordo del grande Ildebrando, eletto al soglio pontificio con il nome di Gregorio VII. Una di quelle perle poco note al grande pubblico che l'Italia custodisce nel suo territorio.
San Gregorio VII fu protagonista del difficile periodo della lotte per le investiture e oppositore feroce della decadenza dei costumi dell'epoca, tanto da aver dato vita ad alcune leggende come quella della Maledizione di Soana (Sovana), secondo cui la popolazione iniziò a perire per non essersi ravveduta sulla propria condotta morale nonostante i moniti del Papa.
Attorno all'anno Mille la cittadina diventa la capitale della Maremma, feroce e superba della sua potenza, grazie alla prosperità raggiunta, sotto il controllo della famiglia Aldobrandeschi.
La cittadina oggi
Oggi, avvicinandoci a Sovana, veniamo accolti dalla rocca dei conti che svetta alla sommità di una rupe di tufo. Dalla fortificazione dotata di bastioni (del tardo Cinquecento) si stagliano una torre e un tratto di mura trecentesche.

La calda tinta del tufo modellato dalle acque, la vegetazione fitta e verdeggiante quasi nascondono alla vista la più importante necropoli etrusca rupestre, composta da una grande varietà di tombe (a camera, a dado, a edicola, a fossa, a tempio) e da un labirinto di vie scavate nella roccia.
Varcata la Porta della Rocca ci si trova subito immersi in un'atmosfera fuori dal tempo: tra le case, per le tre vie principali (la Via di Mezzo, la Via di Sotto e la Via di Sopra) regna un silenzio irreale che riporta alla mente il connubio e l'antitesi tra politica e religione della antica storia cittadina.
La Via di Mezzo, che nell'ultimo tratto prende il nome di Via del Duomo, ha ancora l'antico lastricato a spina di pesce ed è fiancheggiata da case medievali, quasi tutte con la caratteristica scala di accesso esterna e qualcuna conserva tutt'ora la "Porta del Morto", un passaggio secondario dal quale si usava far uscire la bara del defunto.
Nella Piazza del Pretorio si affacciano le più importanti costruzioni del luogo, tra cui la Chiesa di Santa Maria, che risale al periodo tardo-romanico e custodisce, come un preziosissimo gioiello, un raro ciborio preromanico, unico della Toscana, prelevato dalla vecchia chiesa di San Mamiliano, il cui bianco marmo e la cui snella architettura spiccano in contrasto con l'oscurità e le pesanti strutture delle navate.
Il Duomo
In una spianata isolata dal resto del paese, sorge, invece, il Duomo, dalle poderose linee romaniche, dedicato ai SS. Pietro e Paolo. Il portale di accesso, un tempo con portico, si apre sul fianco dell'edificio da quando alla facciata principale venne addossato il palazzo episcopale, oggi canonica, di cui rimangono alcuni stemmi.

La decorazione in facciata si snoda esclusivamente intorno al portale e fa uso di quei simboli che dal primo cristianesimo erano utilizzati per far comprendere a tutti fedeli la storia sacra tramite immagini simboliche; la chiesa, così, diventa interpretazione globale del mondo "in figura": teste leonine, che esprimo fierezza; un cavaliere armato di spada e scudo, forse san Martino di Tours che divide il mantello con il povero; due pavoni che bevono ad una fonte rappresentando le anime che attingono alla Grazia Divina mediante l'Eucarestia.
L'interno è semplice ma profondamente mistico, il senso dell'edificio è il suo valore spirituale. La decorazione si affida completamente ai diversi rilievi dei capitelli, come era uso nel periodo romanico, dove la sobrietà e le "nude pareti", così ricorda san Bernardo, dovevano bastare alla casa del Signore.
Sotto l'abside si apre l'ingresso della splendida cripta, dove sono incastonati tre frammenti lapidei che potrebbero riferirsi al periodo paleocristiano, posti in ricordo di qualche sepoltura.
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La casa natale di san Gregorio VII

Poco distante dal Duomo, in una stretta via, si trova la casa natale di Ildebrando di Soana, che, a seguito della completa ristrutturazione, attualmente ospita il piccolo museo della Malacologia, ovvero delle conchiglie di terra. Tutte le sale dell'antico edificio del secolo XI sono occupate dall'esposizione dei materiali del museo, distribuiti sui due piani, a testimoniare ancora una volta come il piccolo paese di Sovana riesca a conciliare le diverse esperienze che lo contraddistinguono, vivendo in singolare armonia tra laicità e santità.
Purtroppo, però, solo una piccola e scarna iscrizione muraria ricorda al visitatore che in quella casa-museo nacque uno dei più grandi pontefici (per di più canonizzato dalla Chiesa) di tutti i tempi e dei maggiori protagonisti della storia del Medioevo.
Rocca aldobrandesca di Sovana
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6 agosto 2010
DAL MEDIOEVO ALL’ETA’ MODERNA
“Abbiamo visto che dall’inizio del tempo moderno si viene elaborando una cultura non-cristiana. Per lungo tempo la negazione si è diretta solo contro il contenuto stesso della Rivelazione; non contro i valori etici, individuali o sociali, che si sono sviluppati sotto il suo influsso. Anzi, la cultura moderna ha preteso di riposare precisamente su quei valori. Secondo questo punto di vista, largamente adottato dagli studi storici, valori come ad esempio quelli della personalità e dignità individuale, del rispetto reciproco, dell’aiuto scambievole, sono possibilità innate nell’uomo che i tempi moderni hanno scoperto e sviluppato. Certamente la cultura umana dei primi tempi del cristianesimo ha favorito la loro germinazione, mentre nel Medio Evo sono state ulteriormente sviluppate dalla preoccupazione religiosa per la vita interiore e la carità attiva; ma poi questa autonomia della persona ha preso coscienza di sé ed è divenuta una conquista naturale, indipendente dal cristianesimo. Questo modo di vedere si esprime in molteplici forme ed in modo particolarmente rappresentativo nei diritti dell’uomo al tempo della Rivoluzione francese.
In verità questi valori e queste attitudini sono legati alla Rivelazione, la quale si trova in un particolare rapporto riguardo a ciò che è immediatamente-umano. […]
Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma esso diviene visibile allo sguardo ed accettabile alla volontà, quando, in grazia della adozione a figli di Dio e della Provvidenza, la Rivelazione schiude il rapporto col Dio vivo e personale”.
Questa lunga citazione è tratta dal testo di Romano Guardini La fine dell’epoca moderna, della metà del XX secolo, in cui egli ha analizzato i fenomeni caratterizzanti il passaggio dall’età moderna ad una post-moderna, preoccupandosi però di stabilire che cosa differenziava l’età moderna dal Medioevo. E’ chiaro dalla citazione che secondo Guardini con l’età moderna si ha una rottura con una ben delineata visione del mondo, che nasceva dal Cristianesimo e che il Medioevo aveva portato a maturazione.

Romano Guardini (1885-1968) è nato a Verona ma è cresciuto a Magonza in Germania. Sacerdote e professore di filosofia della religione e della visione del mondo cristiana, ha insegnato a Berlino dal 1923 fino al 1939, quando fu esonerato dall’insegnamento dalle autorità nazionalsocialiste. Ha ripreso l’insegnamento nel 1945 all’Università di Tübingen e dal 1948 a Monaco di Baviera. Nel 1952 Guardini vinse il Premio alla Pace dei librai tedeschi. Nel 1962 dovette cessare la propria attività accademica per motivi di salute, i quali gli impedirono pure di partecipare al Concilio Vaticano II, quale membro della commissione liturgica, come era stato inizialmente previsto.
Guardini si spense il 1° ottobre 1968.
Per Guardini il passaggio dal Medio Evo all’Epoca moderna è segnato da una svolta nell’atteggiamento di ampi ambienti della cultura nei confronti del Cristianesimo. Mentre nel Medio Evo il Cristianesimo aveva avuto un ruolo centrale, fin dai suoi inizi l’epoca moderna è stata caratterizzata in modo sempre più netto da uno spirito non-cristiano, se non anticristiano. Questa evoluzione non riguarda solamente il distacco della filosofia dalla teologia, ma coinvolge anche tanto la visione del mondo dominante, che abbandona progressivamente il concetto di creazione, quanto la questione antropologica: alla concezione tradizionale dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, sulla quale per secoli era stata fondata la dignità peculiare dell’uomo, si sostituisce la nozione dell’uomo come essere puramente naturale.
“L’uomo quale è concepito dai tempi moderni non esiste. I rinnovati tentativi di richiuderlo in categorie alle quali non appartiene: meccaniche, biologiche, psicologiche, sociologiche, sono tutte variazioni della volontà fondamentale di fare di lui un essere che sia ‚natura‘ e diciamo pure natura spirituale. E non si vede ciò che egli è anzitutto ed in modo assoluto: persona finita, che come tale esiste, anche quando non lo voglia, anche quando rinneghi la propria natura. Chiamato da Dio, posto in relazione con le cose e con le altre persone. Persona che ha la stupenda e terribile libertà di conservare o di distruggere il mondo, e persino di affermare e di realizzare se stessa o di abbandonarsi e perdersi”.
Carta medievale con la rappresentazione del Paradiso terrestre.
E’ chiaro lo iato che si viene a creare fra l’uomo moderno e l’uomo medievale e radicato nel cristianesimo e nella sua concezione dell’uomo e della storia. Ma Guardini non fu pessimista: anche nell’epoca moderna sarà possibile poter riscoprire e vivere quei principi che soli ci possono far essere veri uomini figli di Dio.
(Umberto Rosi)
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14 luglio 2010
Plinio Correa de Oliveira, storico brasiliano fra i più importanti della corrente contro-rivoluzionaria, si misura qui con il Medioevo, dimostrando, almeno in alcuni brani, di credere nel mito del Medioevo come periodo di decadenza ed epoca buia. Dimostra però di avere una concezione non statica, vedendo nell’epoca una certa progressività, e dimostra soprattutto di avere il piglio del grande storico che sa raccontare con forza gli eventi e di farli rivivere con passione. Riproduciamo dal sito www.cesnur.it , uno dei più aggiornati sullo storico brasiliano.
Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995): Meditazioni su alcuni santi del calendario
13 luglio: Sant'Enrico II Imperatore
[traduzione di Massimo Introvigne]
Siamo nel Medioevo, all’inizio del secolo XI. Come sappiamo, il Medioevo inizia con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, invaso da incalcolabili orde di barbari. Questi barbari si stabiliscono all’interno del territorio imperiale e alla fine assoggettano i romani al loro potere.
Gradualmente, anche la popolazione romana cade nella barbarie. Le strade sono abbandonate e nessuno se ne cura; gli acquedotti che forniscono l’acqua alle città cessano di funzionare e nessuno li ripara; i palazzi occupati dai barbari diventano sporchi e disordinati; le opere d’arte presenti nei luoghi pubblici cadono in rovina e le città precipitano nel caos. Tutto quanto rappresenta la cultura e la civiltà è distrutto in un modo miserando. In questa situazione l’Europa diventa analfabeta e il livello dei suoi costumi decade a livelli così bassi che difficilmente li possiamo immaginare. Ci vorranno secoli per riportare l’Europa a una situazione di civiltà.
Mentre tutto è distrutto, la Chiesa Cattolica resta in piedi come l’unica istituzione che funziona. I barbari cominciano a convertirsi sotto la sua influenza. Il lavoro che la Chiesa compie con questi popoli europei non è così diverso da quello che svolgerà un giorno per convertire i nativi nelle Americhe. I missionari arriveranno, predicheranno il Vangelo e attraverso le successive generazioni i nativi saranno civilizzati e acquisiranno una cultura cristiana. La stessa cosa avviene con le tribù barbariche in Europa.
Nell’anno 1000 la civiltà ha già raggiunto un certo livello, se la si paragona al modo di vivere originario dei barbari. Ma la civiltà cattolica è invece molto indietro rispetto al livello che raggiungerà duecento o trecento anni più tardi. Al tempo di sant’Enrico II (973-1024) si vive dunque in una situazione di semi-barbarie.
Alcuni popoli sono più civilizzati di altri. In Europa ci sono isole di una civiltà cristiana incipiente in un mare di popoli barbari che continuano a vivere da nomadi e ad attaccare i regni che si sono formati. La vita cattolica è molto difficile, con avversari che arrivano da tutte le direzioni.
Una delle prime conversioni è quella dei popoli germanici, che occupano un vasto territorio comprensivo delle attuali Germania, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Svizzera. Questi popoli diventano civili e costituiscono un’entità politica che sarà chiamata Sacro Romano Impero Germanico. Impero, perché comprende diversi popoli uniti in una sorta di federazione. Questi popoli liberi accettano di essere guidati – non ancora “governati” – da un unico sovrano, eletto dai capi delle varie popolazioni. Nasce quindi una sorta di lega che comprende un vasto territorio e popoli diversi: un impero. È chiamato romano perché il modello è il vecchio Impero Romano; e germanico, perché è stato fondato da popolazioni germaniche. È anche chiamato santo, perché si assume come scopo principale la difesa della Chiesa Cattolica contro le aggressioni dei pagani.
Nella persona di sant’Enrico II vediamo un imperatore che è anche un santo. Che un capo politico e il leader di un grande esercito sia un santo apparirà poco convincente a chi è abituato a certe vite dei santi prodotte da una pietà sentimentale. Davvero Enrico occupa la posizione più elevata nella più importante organizzazione politica del tempo. È dunque l’uomo più potente d’Europa. Nello stesso tempo è il più grande guerriero d’Europa, e il primo figlio della Chiesa. Si può dire che sia il figlio della Chiesa per eccellenza. Considera come sua principale funzione proteggere la Chiesa dagli attacchi dei suoi nemici.
Deve combattere le orde che arrivano da Oriente e che continuamente attaccano l’Impero. Raduna un grande esercito per rispondere alle aggressioni di questi barbari. Combatte molte guerre, e lo fa da eroe cattolico che ha lo spirito della fede e si fida più dell’aiuto soprannaturale che delle sue forze naturali. È a Dio che chiede di vincere le sue battaglie. E Dio mostra a sant’Enrico quanto gradisca le sue preghiere intervenendo in modo miracoloso in almeno un’occasione. Quando i due eserciti si trovano faccia a faccia, i nemici fuggono terrorizzati apparentemente senza una ragione. In effetti, per terrorizzare i nemici del santo, Dio ha mostrato loro un angelo alla guida di una schiera di martiri. Dio apprezza tanto le preghiere dei combattenti che in quest’occasione concede loro la vittoria senza che neppure combattano. E con questa vittoria le forze pagane dell’Oriente devono indietreggiare e il paganesimo perde la sua forza di espansione.
Ma un pericolo minaccia ancora la Cristianità: la presenza dei Longobardi nell’Italia Settentrionale. I Longobardi non sono pagani: sono però eretici, nemici della Chiesa Cattolica. Attaccano il Papato e l’Impero. Così sant’Enrico, con il sostegno di molti vescovi italiani, entra nel territorio dei Longobardi, li sconfigge e scende a Roma, dove rende omaggio a Papa Benedetto VIII (?-1024, Papa dal 1012 al 1024).
È in quest’occasione che il Papa lo incorona imperatore del Sacro Romano Impero Germanico. In una cerimonia realizzata con grande splendore, consegna a sant’Enrico un globo d’oro costellato di perle, che rappresenta il potere dell’imperatore sul mondo intero. Ma sant’Enrico non tiene per sé questo tesoro. Dimostra il suo amore per la Chiesa offrendo il prezioso dono all’abate sant’Odilone di Cluny (961-1049), che è il capo del maggiore ordine religioso europeo del tempo.
Dopo avere inflitto nuove sconfitte ai Longobardi che cercano di ribellarsi ritorna in Germania. Qui aiuta i vescovi a esercitare il loro ruolo e a mantenere la disciplina nella Chiesa. Il suo ruolo è anche decisivo nella conversione di un re pagano. Propone un’alleanza a Stefano, re d’Ungheria (969-1038), e gli offre in sposa sua sorella, la beata Gisella di Baviera (980-1065). Quest’ultima sposa Stefano e lo converte. La conversione è così reale e profonda che il re diventa un santo, santo Stefano, e converte tutta l’Ungheria alla fede cattolica.
Dietro questa conversione c’è la sapiente manovra diplomatica di sant’Enrico. Con l’Ungheria si guadagna un alleato prezioso per controllare i popoli slavi che sono stati appena pacificati. Il suo senso diplomatico è dimostrato anche dall’episodio del fiume Mosa, del 1023. Qui incontra il re di Francia Roberto II il Pio (972-1031) per risolvere varie controversie. L’incontro pone un delicato problema di protocollo. Quello fra i due sovrani che attraverserà il fiume dovrà rendere omaggio all’altro. I consiglieri suggeriscono che l’incontro avvenga su una barca al centro del fiume. Ma Enrico non dà retta ai consiglieri, attraversa il fiume e rende omaggio al re di Francia. L’imperatore è superiore al re, ma Enrico rende omaggio a un sovrano che gli è inferiore per rango per umiltà, per mantenere relazioni cordiali e per risolvere i delicati problemi dell’Europa del tempo.
Dopo tanti servizi resi alla Chiesa e alla Cristianità, sant’Enrico muore nel 1024 nella pace di Dio come grande santo, guerriero, diplomatico e uomo politico. Questa è la gloriosa storia di sant’Enrico II imperatore.
(tratto da CESCOR - Terrazza Solferino - via Bertolotti 7 - 10121 Torino - info@cescor.org )
Massimo Introvigne, dirigente di Alleanza Cattolica e collaboratore della rivista di apologetica cattolica il Timone, è fondatore e direttore del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) e membro del gruppo «Religioni» dell’Associazione Italiana di Sociologia. È autore di quaranta volumi e di oltre cento articoli in materia di religioni contemporanee, molti dei quali dedicati ai nuovi movimenti religiosi, al fondamentalismo e al terrorismo di matrice religiosa. Per la Sugarco ha pubblicato Le nuove religioni, Il cappello del mago, Il ritorno dello gnosticismo, Cattolici, antisemitismo e sangue, La nuova guerra mondiale, La Turchia e l’Europa, Il dramma dell’Europa senza Cristo e Il segreto dell’Europa.
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30 giugno 2010
Siamo alle solite, è veramente il caso di dirlo. Sempre il solito, vecchio, luogo comune del Medioevo come periodo buio e dal quale non può essere uscito nulla di buono e di positivo per l’umanità.
E’ naturalmente una tesi antistorica e manichea, perché la storia non è fatta di secoli bui contrapposti a secoli illuminati, ma è piuttosto un continuo susseguirsi di luci e di ombre in cui tutti dobbiamo batterci continuamente per far prevalere le prime.
A sostegno di questa pisizione vi invitiamo anche a leggere, dopo questo post preso da Italiamedioevale, l’articolo La libertà e le sue radici, che abbiamo postato in Media, Libri e anche in Storia, Medioevo.
Ripetiamo l’invito: usciamo dal Medioevo di certe opinioni preconcette ed oscurantiste, apriamo invece la nostra cultura ad una visione più aperta e comprensiva della storia e del suo corso.
Umberto Rosi

Usciamo dal Medioevo per liberare le imprese
"Usciamo dal Medioevo per liberare le imprese", ecco come si intitola l'editoriale di Giulio Tremonti sul Sole24Ore di oggi. Tanto per cambiare, la solita idea di Medioevo come massima espressione della barbarie, dell'arretratezza, del vecchiume di cui liberarsi velocemente.
Prosegue ancora il Ministro dell'Economia: "Il Medioevo vero è finito come Medioevo. Ma il nuovo Medioevo, che ci si presenta come la caricatura giuridico democratica di quello precedente, ci porta a una dolce morte".
Ci risiamo ! È proprio imposibile liberarsi dei luoghi comuni e questo sul Medioevo appare come uno dei più indistruttibili.
Se il Ministro avesse studiato bene la storia, se per caso avesse "notato" quale immenso patrimonio d'arte e cultura il Medioevo ha lasciato, soprattutto al nostro paese, userebbe altri paragoni e, magari, scoprirebbe che veri "secoli bui" sono proprio quelli che ci stanno "regalando" i nostri governanti.
Per inciso, tutto l'articolo è concepito per sostenere la necessità di modifiche/aggiornamenti dell'articolo 41 della Costituzione sulla libertà d'impresa, se qualcuno avesse voglia di leggerselo tutto, lo può trovare qui:
/www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-26/usciamo-medioevo-liberare-imprese-080300_PRN.shtml
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20 giugno 2010
SAN BENEDETTO PO E LA “SUA” MATILDE
Matilde di Canossa è un personaggio che ha lasciato profonde tracce nella storia ma che ha acquisito anche una profonda valenza di mito.
Questo mito è capace di vivere ancora oggi e di fornire suggestioni a diversi livelli negli abitanti del ventunesimo secolo. Non è necessario che esista una grande consapevolezza culturale per essere attratti da questi oggetti del mito, che quindi possono essere utilizzati (se non sfruttati) a vari fini, avolte anche non troppo elevati.
Uno di questi fini è quello dello sfruttamento del mito per motivi di carattere turistico spesso di tipo campanilistico; anche se il turismo ha dei caratteri che si prestano a scopi eminentemente consumistici, si può dire però che questo consumo non è sempre e soltanto deleterio, perché capace di lasciare nell’inconscio individuale il senso di un impiego del tempo, quindi della propria vita, per motivi che non si esauriscono soltanto nel campo della materialità.
E’ per questo che riteniamo che tutte le iniziative locali volte a valorizzare il passato, la storia, le bellezze artistiche o di altro tipo, siano in ogni caso benemerite, e che siano un’attività che deve essere perseguita valorizzando capacità e competenze sempre più fini e preparate.
Molte comunità locali si distinguono nella valorizzazione dei loro patrimoni culturali, ma poche sono al livello di San Benedetto Po; lo dimostra questa iniziativa estiva che rientra proprio nello spirito di quanto abbiamo esposto sopra ed è il frutto di un’ottima sinergia fra il Comune ed il Sistema Po-Matilde, molto ben illustrato e sostenuto dal sito www.terredimatilde.it, che è uno dei nostri siti linkati.
Naturalmente invitiamo tutti a pertecipare, perché l’evento darà l’occasione di partecipare al godimento di un prodotto turistico il cui mix consentirà di dare soddisfazione a diversi aspetti delle proprie esigenze vitali, da quelle di carattere culinario a quelle più simboliche come l’esser parte di un mondo storico-immaginario o a quelle più artistiche come la fruizione della lettura continuata del poema donizoniano o della visita della bellissima Basilica che abbiamo illustrato nella sezione Luoghi.
Umberto Rosi
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13 giugno 2010
2 anni di www.ilperdonodicanossa.com
Il prossimo 7 Luglio il nostro sito compirà 2 anni!
Vogliamo parlarne con un po’ di anticipo perché in questi giorni abbiamo superato le 15.000 visite, il che significa che da 2 anni, quotidianamente, 20 persone capitano fra le nostre pagine che parlano di Canossa, di Matilde, di Gregorio VII ed Enrico IV, di Medioevo, di perdono, che è universale e vale per tutte le epoche.
Ci capitano, perché potrebbe anche darsi che la loro non sia proprio stata una scelta, anche se risulta che ciascuno di loro lancia uno sguardo almeno su 2 pagine. Poco, rispetto ai grandi numeri di tanti siti, ma noi sappiamo di essere una piccolissima nicchia e di essere fra l’altro in buona compagnia con altri bellissimi siti dedicati alla imperitura epopea di Canossa. Anche se i nostri numeri sono piccoli, li accogliamo comunque con soddisfazione e in più con l’impegno di darci da fare per migliorare la nostra offerta ed invogliare altri visitatori.
C’è anche un nucleo di visitatori più affezionati, perché risulta che gli accessi su richiesta diretta siano circa il 20% del totale: forse ci hanno messo fra i loro accessi preferiti, forse hanno preso l’abitudine di venire a dare un’occhiata; gliene siamo grati.
Manzonianamente, ringraziamo i nostri 20 visitatori quotidiani, augurandoci di riuscire nel prossimo anno a soddisfare ancora meglio le esigenze che li spingono a sintonizzarsi sulle nostre onde; siamo aperti a suggerimenti e a contributi di tutti coloro che hanno passione per gli argomenti di cui trattiamo.
I nostri auguri sono soprattutto estesi a tutti coloro che credono nell’<<andare a Canossa>>, cioè nel mettersi in discussione, nel chiedere di essere perdonati, nell’essere accoglienti e nell’offrire il proprio perdono a tutti coloro che si trovino nella condizione di chiederglielo:

sono sicuramente degli eroi quotidiani anche se sconosciuti, ma ricordiamo loro che i loro gesti, anche se sconosciuti, non sono senza frutto, ma sono proprio quelli che fanno andare avanti il mondo e lo farebbero andare avanti meglio se tanti altri si lasciassero contagiare dal loro esempio.
Umberto Rosi
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14.06.2010
Padre Popiełuszko, un testimone eroico della bellezza del Vangelo
Proprio perché testimone del Vangelo, Jerzy è anche un grande interprete del perdono, della nonviolenza, della concordia, della diffusione del bene per poter con esso contrapporsi e vincere il male.
Siamo a una settimana dalla sua beatificazione e ci sembra giusto ricordarlo e indicarlo a tutti come un esempio da proporre, da onorare e da imitare.
Il suo nome dovrà perennemente essere menzionato fra i moderni apostoli della nonviolenza e del perdono come Tolstoj, Gandhi, M.L.King, Mandela, Marvelli, La Pira.
Lo stesso giorno 6 Giugno è uscito un film sulla sua vita in DVD; purtroppo al cinema non è neppure passato, in quanto non è un film di cassetta; invitiamo tutti coloro che possono ad acquistarlo e farlo vedere e rivedere, perché è di questi esempi che ha bisogno la nostra smarrita cultura post-moderna e quel che resta della parola e della pratica dell’educazione.
Umberto Rosi
Prendiamo dal sito di Zenit.org, benemerito per il suo lavoro di informazione e di aggiornamento su tante cose che sui giornali o telegiornali non passano, ma che spesso sono le più importanti.
VARSAVIA, sabato, 12 giugno 2010 - Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata dall’arcivescovo Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in occasione della beatificazione del sacerdote e martire polacco Jerzy Popiełuszko (1947-1984), svoltasi il 6 giugno scorso a Varsavia.

1. ho visitato più volte il museo a Varsavia che ricorda il nostro Beato martire Jerzy Popiełuszko ed tutte le volte la commozione è stata grande fino alle lacrime. Il volto orrendamente sfigurato di questo mite sacerdote somigliava a quello flagellato e umiliato del Crocifisso, senza più bellezza e decoro. La bocca insanguinata di quella faccia martoriata sembrava ripetere le parole del Servo del Signore: «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 50, 6).
Che cosa provocò un simile scempio? Padre Jerzy era forse un delinquente, un omicida, un terrorista? Niente di tutto questo. Padre Jerzy era semplicemente un leale sacerdote cattolico, che difendeva la sua dignità di ministro di Cristo e della Chiesa e la libertà di tutti coloro, che, come lui, erano oppressi e umiliati.
Per questo, contro di lui si scatenò la furia omicida del grande mentitore, nemico di Dio e oppressore dell’umanità, di colui che odia la verità e diffonde la menzogna. Come talvolta capita nella storia, in quegli anni, in gran parte dell’Europa, la luce della mente fu offuscata dalle tenebre e il bene sostituito dal male.
2. Padre Jerzy non si rassegnò a vivere in questo campo di morte e, con le sole armi spirituali della verità, della giustizia e della carità, cercò di rivendicare la libertà della sua coscienza di cittadino e di sacerdote. Ma l’ideologia malefica non sopportava lo splendore della verità e della giustizia. Per questo l’inerme sacerdote fu spiato, perseguitato, catturato, torturato e, come ultimo scempio, incaprettato e, ancora agonizzante, buttato in acqua. I suoi carnefici, che non rispettavano la vita, non rispettarono nemmeno la morte. Lo abbandonarono, come si abbandona la carcassa di un animale. Fu ritrovato solo dopo dieci giorni.
Non basterebbero i pianti di tutte le mamme polacche per placare un simile strazio. Di fronte alle torture dei carnefici, Padre Jerzy si confermò coraggioso martire di Cristo: «Maltrattato – dice il profeta Isaia – , si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo [...]. Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del suo popolo fu percosso a morte» (Is 53,7-8).
Il sacrificio del giovane prete non fu una sconfitta. I suoi carnefici non potevano uccidere la Verità. La tragica morte del nostro martire, infatti, fu l’inizio di una generale riconversione dei cuori al Vangelo. La morte dei martiri è infatti il seme dei cristiani.
3. Oggi la beatificazione di Padre Popiełuszko costituisce una memorabile giornata di esultanza per la vostra nazione. Padre Popiełuszko viene consegnato glorificato tra le braccia della madre Chiesa, con lo stesso gesto con cui il profeta Elia consegnò alla mamma il bambino risuscitato: «Guarda! Tuo figlio vive» (1Re 17,23).
4. Il Signore Gesù, presente nell’Eucaristia, era la sua forza. Negli anni 1966-68, il seminarista Jerzy Popieluszko fece il servizio militare, in mezzo a molte sofferenze, umiliazioni e limitazioni della sua libertà religiosa. Gli era impedito perfino di assistere alla Messa quotidiana e di accostarsi alla comunione. In una sua lettera inviata a Mons. Czesław Miętek, suo padre spirituale nel Seminario di Varsavia, il giovane seminarista scriveva: «Ieri con il pretesto di versare i soldi in banca sono andato in città. Sono andato in chiesa e per la prima volta dopo un mese ho ricevuto l’Eucaristia».[2]
In mezzo alla persecuzione religiosa il conforto dell’Eucaristia era il pane divino che lo nutriva nella sua testimonianza di fede. Eucaristico fu anche il suo ultimo gesto da vivo, la celebrazione della Santa Messa, il 19 ottobre 1984. In quell’occasione il nostro Martire esortò il popolo dei lavoratori non all’odio e alla vendetta, ma alla concordia e alla pace: «Preghiamo – egli disse – per liberarci dal timore, dalla paura, ma soprattutto dal desiderio di vendetta e di violenza».[3]
5. È questo il messaggio che il nostro beato Martire ci consegna. Il cristiano è il testimone del bene e del vero. Il cristiano vive come “beatitudine” la povertà, l’afflizione, la pacificazione e anche la stessa persecuzione, secondo la parola di Gesù: «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,10-12). Questo fu vissuto alla lettera dal nostro Beato, violato nella sua coscienza sacerdotale e perseguitato a morte. Ma Gesù non abbandonò nelle mani del male e della morte questo suo figlio prediletto.
Gesù è vita e risurrezione. Egli annienta la morte e la corruzione. Egli è colui nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo.
6. La sua fede era contagiosa: «Spessissimo – nota un testimone – i suoi incontri con la gente si trasformavano in un’occasione di preghiera [...]. Cercava di vedere le sue cose con gli occhi della fede».
La sua fede era incrollabile e la irradiava nell’ambiente e nelle persone che incontrava: «La fede – aggiunge mons. Miziołek – in lui non era un complemento, ma la misura di tutto il suo agire».
Padre Popiełuszko, come il giusto della Scrittura, viveva di fede e di carità: «Nella vita del Servo di Dio – afferma un testimone – non ebbi modo di osservare antipatia per le persone o odio per i persecutori. Nelle sue prediche esortava alla concordia. Il suo motto erano le parole di San Paolo: “Vinci il male con il bene”».
Lo stesso Beato Martire in un’omelia del marzo del 1983 così esortava i fedeli: «Mostriamoci forti nella carità pregando per i fratelli che sbagliano; non condannando nessuno, ma stigmatizzando e smascherando il male. Imploriamo con le parole che Cristo pronunciò sulla croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). E rendici, o Cristo, più sensibili all’azione dell’amore piuttosto che all’azione dell’odio».
Egli era consapevole che il male della dittatura traeva le sue origini da satana, per questo esortava a vincere il male con il bene e con la grazia del Signore: «Può vincere il male solo chi è pieno di bene».
Diceva: «Al cristiano non può bastare solo la condanna del male, della menzogna, della viltà, della violenza, dell’odio, dell’oppressione; ma egli stesso deve essere autentico testimone, portavoce e difensore della giustizia, del bene, della verità, della libertà e dell’amore».
La violenza del male è debolezza e sterilità. Il bene invece vince e si diffonde con la forza della sua dolcezza, della sua compassione, della sua carità.
«Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,16).
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REGOLA PER QUANTO RIGUARDA IL PERDONO, QUESTA E’ UNA DELLE OCCASIONI PIU’ FREQUENTI PER DOVERLO CHIEDERE AI PROPRI FIGLI: VOLERGLI FARE AVERE TUTTO QUELLO CHE NON ABBIAMO AVUTO NOI. RACCONTO ED ELABORAZIONE DI UMBERTO ROSI |
DESCRIZIONE |
REGOLA VIVA Il padre di Paolo aveva una piccola azienda di pony express in una cittadina di circa trentamila abitanti. |
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CONTROINDICAZIONI
La conseguenza è che molto probabilmente crescerà un figlio senza midollo spinale, incapace di affrontare gli inevitabili problemi della vita, se non aiutandosi in qualche modo, come è sempre stato aiutato dai genitori. |
DA APPLICARE IN CONCRETO |
MI ESERCITO (GENITORI)
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APPLICO (GENITORI-FIGLI)
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AFORISMA |
LA MIA ESPERIENZA DA CONDIVIDERE |
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28.01.2010
Accadde a Canossa "IL PERDONO"
Sul finire del gennaio 1077 Gregorio VII in viaggio per la Germania, dove avrebbe dovuto presiedere la dieta di Augusta convocata allo scopo di giudicare il re scomunicato, trovò rifugio nell’inespugnabile castello di Canossa, essendogli giunta notizia che Enrico IV, attraversasse le Alpi, nonostante il rigidissimo inverno, scendendo in Italia per venirgli incontro.
Una volta giunto in territorio matildico, Enrico fu dapprima ospitato dalla contessa, di cui era secondo cugino, nel suo castello di Bianello, e sperò, al fine di ottenere l’assoluzione della scomunica, nella mediazione di Matilde, non solo perché era un’autorevole feudataria ma anche perché sapeva della gran considerazione che lei aveva presso il pontefice.

Seguirono giorni di trattative, condotte non solo da Matilde, ma anche da altri intermediari fra cui Ugo, abate di Cluny (padrino di battesimo di Enrico), anch’egli ospite a Canossa.
Il papa continuava a mostrarsi intransigente fermo sulle decisioni precedentemente assunte. Enrico allora si rivolse alla cugina, genuflettendosi davanti a lei e supplicandola affinché si facesse essa garante del suo leale intendimento in modo che Gregorio lo riaccogliesse nel seno di Santa Madre Chiesa.
Convinta della buona Volontà di Enrico, Matilde intercesse per lui presso Gregorio ed ottenne che se il re avesse assicurato fedeltà a lui e alla Santa Sede ed avesse fatto penitenza, avrebbe finalmente conseguito l’agognato perdono.
Il giovane sovrano quindi; con pochi suoi fidi, accorse a Canossa dove deposto l’abito regale e indossato un umile saio, scalzo nella neve attese fuori dal castello tre giorni, prima che Gregorio si decidesse ad ammetterlo alla sua presenza.Aperta la porta del castello, Enrico penitente giurò futura fedeltà a Gregorio che quindi gli concesse il tanto sospirato perdono revocandogli la scomunica.
Da quel punto la frase << andare a Canossa >> fu assunta come metafora universale e significare un’estrema umiliazione, e fu ripresa anche da Bismarck davanti al parlamento tedesco nel 1872 dicendo: << Noi non andremo a Canossa, né col corpo né con lo spirito! >>.
(tratto dal sito del Comune di Canossa)
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22.01.2010
Aurelia Fresta e Angela Chiapponi presentano
il libro di Gino Badini “Matilde a Canossa”
Anche se sono trascorsi ben 933 anni dallo storico incontro di Enrico IV e papa Gregorio VII a Canossa nel castello di Matilde, rimane ancora immutato il fascino della grande contessa e del dramma che si consumò dal 25 al 28 gennaio 1077.
Due poteri si contrapponevano e una delle pagine più importanti del Medioevo veniva scritta sulla bianca rupe. Questo nodale episodio e soprattutto la figura di Matilde, figlia di Bonifacio, hanno fatto registrare in questi ultimi anni un rinnovato interesse: ne sono prova importanti pubblicazioni e mostre.
La recente edizione del libro di Gino Badini “Matilde a Canossa” – Museo Nazionale di Canossa, rappresenta un ulteriore tappa di questa attenzione da parte degli storici.
Il volume sarà presentato da Aurelia Fresta, socia effettiva della Deputazione Reggiana di Storia Patria e consigliere UCIIM e da Angela Chiapponi, consigliere-segretario dell’Istituto di Studi Matildici venerdì 29 gennaio 2010 alle ore 16.00 presso il Centro Giovanni XXIII in via Prevostura 4 a Reggio Emilia. Introdurrà Lorella Alderighi, della Direzione Regionale dell’ Emilia-Romagna - Ministero Beni e Attività Culturali
L’incontro è promosso da Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi, Società Reggiana di Studi Storici, Associazione Italiana Maestri Cattolici, Associazione Italiana Genitori,Club Unesco, Circolo di Cultura “Giuseppe Toniolo”, Centro Italiano Femminile, Associazione Insigniti Onorificenze Pontificie, Ufficio Diocesano di Pastorale Scolastica, con la collaborazione del Comune di Canossa e con il patrocinio di MIUR - Ufficio Scolastico Provinciale e Centro Diocesano Studi Storici.
All’incontro sarà presente l’Autore.
Il volume, che non è in commercio, verrà distribuito nell’occasione a cura dell'Istituto di Studi Matildici.

Nella foto: Giulio Soriani “L’incontro di Enrico IV e Gregorio VII”, penna e acquerello, 1955, inedito
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23 novembre 2009
A Canossa risorgerà il Borgo di Riverzana
Presentato il progetto di recupero e riqualificazione "Borgo di Riverzana"-"Molino del fontanile" che poterà servizi e benessere per turisti e appassionati dei castelli di Canossa. ReggioNelWeb ha intervistato Enzo Bartoli, Vice Presidente della società che darà un volto nuovo al borgo: “L’idea nata dall’amore per il territorio”.
ReggioNelWeb.it n. 345 del 9/12/2009
Nei giorni scorsi è stato presentato al pubblico il progetto di recupero e riqualificazione "Borgo di Riverzana"- "Molino del fontanile" per conto della società “ Antichi Poderi di Canossa s.r.l.”.
Il progetto interessa la piccola valle del rio di Vico limitata dai due Castelli di Canossa e Rossena. Esso individua tre diversi insediamenti: Borgo di Riverzana e Colonico di Canossa nel Comune di Canossa e il Mulino del Fontanile nel Comune di San Polo d’Enza, oggetto di interventi di recupero e riqualificazione da destinarsi alla accoglienza turistica, rispondenti agli obiettivi strategici individuati anche dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale per la valorizzazione delle terre matildiche.
Il progetto si configura come proposta di intervento sperimentale in un ambito pilota per l’applicazione di tecniche e materiali costruttive della tradizione o compatibili con essa. Gli interventi di restauro e consolidamento strutturale proposti sono orientati alla conservazione e restituzione dei caratteri tipologici tradizionali attraverso l’impiego di tecniche non invasive e con limitate soluzioni tecnologiche per l’adeguamento funzionale degli edifici. Il progetto intende inoltre perseguire soluzioni certificate, orientate ai criteri della bioarchitettura e del risparmio energetico con l’utilizzo di fonti alternative.
Per poter conoscere nel dettaglio il progetto di recupero e riqualificazione " Borgo di Riverzana"- "Molino del fontanile" clicca qui.
ReggioNelWeb, per conoscere anche com’è nata l’idea che ha trovato anche l’entusiasmo dell’Amministrazione comunale, ha intervistato il Vice Presidente della società committente “Antichi Poderi di Canossa s.r.l.” dott. Enzo Bartoli.
Com’è nata l’idea di far risorgere il Borgo di Riverzana?
E’ nata spontaneamente, noi soci ci frequentiamo da tanti anni e, come amici, abbiamo diversi interessi in comune che ci uniscono. Un giorno eravamo in questa zona e, vedendo la proprietà che andava in abbandono, ci siamo interessati prendendo informazioni sull’edificabilità e sulla possibilità di ottenere le licenze. Siamo stati animati dall’amore per il territorio e dalla voglia di realizzare un intervento utile e di qualità. Da lì è iniziato tutto.
Ambizioni particolari?
Occorre trovare le idee per sfruttare al meglio l’utilizzo che si integri nell’ambiente. Oggi le idee per arrivare fino in fondo non le abbiamo ancora delineate, le prime sono quelle di ristrutturare le residenze e di utilizzarle, sul resto ci stiamo lavorando. Ovviamente sempre inserite nello sviluppo turistico alberghiero.
Chi saranno i fruitori principali?
Sicuramente i turisti e tutti coloro che vengono a Canossa. Spesso arrivano dei tedeschi e quando si ferma un pullman mette in crisi il sistema, perché non c’è né un ristorante né un agriturismo in grado di offrire un servizio a sessanta persone. Figuriamoci se arrivano due pullman…Consideri che i numeri dei visitatori di Canossa e Rossena sono notevoli, nell’ordine di 20.000-30.000 presenze all’anno.
Quando prevedete di raggiungere il termine dei lavori?
Le circostanze oggi non sono le migliori per fare delle previsioni, anche perché ciò che andremo a realizzare sarà un ottimo biglietto da visita se ci sarà qualcuno che lo farà funzionare. Dobbiamo innanzitutto trovare il partner che sarà il gestore. Inoltre non deve diventare una cattedrale nel deserto. Intanto iniziamo, poi valutiamo passo per passo.
Prima del termine dei lavori sarà possibile una fruizione parziale di alcune strutture?
Sì, ad esempio per quanto riguarda le residenze, che saranno le prime strutture ad essere finite, potranno essere utilizzate in tempi abbastanza brevi.
Musi, Sindaco di Canossa, ha espresso parole di entusiasmo verso il vostro intervento.
Esatto, ed è stato uno dei motivi per cui abbiamo deciso di andare avanti. Se avessimo trovato difficoltà da parte del pubblico, probabilmente avremmo lasciato perdere.
Indicativamente quanti soldi verranno investiti per questo progetto?
Si tratta di alcuni milioni di euro. Consideri che non sarà realizzato un intervento di basso profilo ma un intervento di qualità. E la qualità ha un prezzo.
Qualità nel rispetto dell’ambiente?
Certo. Se così non fosse sarebbe un intervento già scadente in partenza.
(Nelle foto, dall'alto: Enzo Bartoli -a destra- insieme al Presidente della Società "Antichi Poderi di Canossa". Il progetto del Borgo di Riverzana. Il progetto del Molino del Fontanile)
Marina Bortolani
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3 dicembre 2009
Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff
Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff
in coll. con J.-L. Schlegel, trad. di R. Riccardi
pp. 112, € 12,00
Laterza, 2009
ISBN: 9788842091622
«Se studiate il Medioevo vi accorgerete che è diverso da ciò che siamo, da ciò che l’Europa è oggi diventata. Avrete come l’impressione di fare un viaggio all’estero. Occorre non dimenticare che gli uomini e le donne di questo periodo sono i nostri antenati, che il Medioevo è stato un momento essenziale del nostro passato, e che quindi un viaggio nel Medioevo potrà darvi il duplice piacere di incontrare insieme l’altro e voi stessi.»
Jacques Le Goff racconta alle nuove generazioni che cos’è stata, veramente, ‘l’età di mezzo’ della storia occidentale, da dove sono sorte le sue leggende, qual era la quotidianità degli uomini e delle donne medievali, e soprattutto perché sia tanto importante per noi, oggi, conoscere da dove veniamo.
Indice
Per accostarsi a questo libro da ragazzi... e anche dopo - I. Il Medioevo - II. I cavalieri, la dama e la Madonna - III. Castelli e cattedrali - IV. Gli uomini del Medioevo - V. I potenti - VI. La religione e l’unità dell’Europa - VII. L’immaginario religioso del Medioevo - VIII. La cultura - Conclusione. La nascita dell’Europa - Cronologia essenziale del Medioevo - L’autore
«Per il periodo che chiamiamo Medioevo sorgono due questioni: la sua estensione nel tempo e la valutazione complessiva che se ne dà, visto che di quest’epoca esistono un’interpretazione positiva e un’altra negativa». Parte da qui il cammino di Jacques Le Goff, tra i massimi studiosi del Medioevo (l'età di mezzo della storia occidentale), autore del libro-intervista scritto con Jean-Louis Schlegel: "Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff".
«Gli storici si sono accorti di comprendere meglio il passato e di riuscire a spiegarlo con maggiore efficacia, in particolare ai ragazzi e ai giovani, se lo suddividevano in periodi successivi aventi ciascuno caratteristiche specifiche», spiega Le Goff. Ma il Medioevo quando inizia e quando finisce? Secondo l’autore si tratta di un lasso temporale lungo mille anni (“prima dell’anno 500, dunque nel corso del V secolo dopo Cristo»), illustrando anche la natura concettuale del temine (“l'età media è quella che intercorre tra due periodi ritenuti più importanti, cioè l’Antichità e l’età moderna che inizia con il Rinascimento»).
Qualcuno, ancora oggi, ritiene il Medioevo un’epoca negativa, quasi spregevole, mostrando un approccio assai limitato alla materia. «Sappiamo adesso che questa immagine è falsa – si affretta a precisare l’autore – anche se vi è stato certamente un Medioevo di violenza».
Ma il Medioevo è stato anche, soprattutto, una grande epoca creatrice, ispirando scrittori a comporre romanzi storici, alcuni di grande riscontro, e registi, da quando esiste il cinema, a realizzare pellicole che hanno fatto breccia tra gli spettatori. A tal proposito, le scene cinematografiche dove compare l’attacco ad un castello – gli assalitori che tentano di scalare le mura, gli assediati che cercano di respingerli con olio bollente – non sono solo frutto di fantasia (“anche se l'assedio poteva durare molto a lungo, e il numero dei castelli che hanno resistito con successo supera sicuramente quelli che sono stati conquistati»).Già, come si riesce a conquistare un castello? «Soprattutto col tradimento. Occorre che un abitante o una parte dei suoi abitanti aiuti gli assedianti», risponde Le Goff, secondo cui il Medioevo ha accettato una missione realizzando la specifica miscela tra unità e diversità: «Ciò equivale a dire che il Medioevo è stato il periodo in cui è apparsa, o si è costruita, l’Europa. È nostro compito, oggi, il considerarla e completarla».
Scritto da italiamedievale
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23 novembre 2009
Il Gruppo di teatro storico sperimentale ostigliese Hic Sunt Histriones e la Fondazione Italia Onlus - delegazione di Mirandola sono lieti di invitarla alla rappresentazione teatrale di Matilde donna e contessa testo di Gabriella Motta e regia di Gabriella Chiodarelli MIRANDOLA auditorium del CASTELLO DEI PICO Venerdi 27 novembre 2009 ore 21 L’evento teatrale viene ad acquisire maggiore rilevanza dall'autorevole presenza del Prof. Bruno Andreolli dell’Università di Bologna, Dipartimento di Paleografia e Medievistica, il quale farà una breve introduzione storica, soffermandosi in particolare sul collegamento tra il territorio di Mirandola e la contessa di Canossa. Ricordiamo che Matilde donna e contessa è stata messa in scena, per la prima volta a Ostiglia, il 30 maggio 2009 e successivamente a Mantova(sequenza finale) il 26 settembre, in occasione del Laboratorio Provinciale del Volontariato organizzato dal CSVM
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21 ottobre 2009
Ricordando nella catechesi Pietro il Venerabile il Papa ripropone lo stile di vita dell'autentico discepolo di Cristo
Apertura al prossimo perdono e ricerca della pace
Apertura al prossimo, perdono e ricerca della pace sono le caratteristiche dello stile di vita di un autentico discepolo di Cristo. Lo ha ribadito Benedetto XVI, proponendo, durante la catechesi di mercoledì 14 ottobre, l'esemplarità di Pietro il Venerabile, abate di Cluny.
Cari fratelli e sorelle,
la figura di Pietro il Venerabile, che vorrei presentare nell'odierna catechesi, ci riconduce alla celebre abbazia di Cluny, al suo "decoro" (decor) e al suo "nitore" (nitor) - per usare termini ricorrenti nei testi cluniacensi - decoro e splendore, che si ammirano soprattutto nella bellezza della liturgia, via privilegiata per giungere a Dio. Più ancora che questi aspetti, però, la personalità di Pietro richiama la santità dei grandi abati cluniacensi: a Cluny "non ci fu un solo abate che non sia stato un santo", affermava nel 1080 il Papa Gregorio VII. Tra questi si colloca Pietro il Venerabile, il quale raccoglie in sé un po' tutte le virtù dei suoi predecessori, sebbene già con lui Cluny, di fronte agli Ordini nuovi come quello di Cîteaux, inizi a risentire qualche sintomo di crisi. Pietro è un esempio mirabile di asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri. Nato attorno al 1094 nella regione francese dell'Alvernia, entrò bambino nel monastero di Sauxillanges, ove divenne monaco professo e poi priore. Nel 1122 fu eletto Abate di Cluny, e in tale carica rimase fino alla morte, avvenuta nel giorno di Natale del 1156, come egli aveva desiderato. "Amante della pace - scrive il suo biografo Rodolfo - ottenne la pace nella gloria di Dio il giorno della pace". Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine a mediare. "È nella mia stessa natura - scriveva - di essere alquanto portato all'indulgenza; a ciò mi incita la mia abitudine a perdonare. Sono assuefatto a sopportare e a perdonare" Diceva ancora: "Con quelli che odiano la pace vorremmo, possibilmente, sempre essere pacifici". E scriveva di sé: "Non sono di quelli che non sono contenti della loro sorte, ... il cui spirito è sempre nell'ansia o nel dubbio, e che si lamentano perché tutti gli altri si riposano e loro sono i soli a lavorare". Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l'amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell'amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi. Secondo la testimonianza del biografo, "non disprezzava e non respingeva nessuno"; "appariva a tutti amabile; nella sua bontà innata era aperto a tutti").
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“ANDARE A CANOSSA” CON LA GUIDA DI GINO BADINI
“Nach Canossa gehen wir nicht”, cioè: “Non andremo a Canossa” affermava nel 1872 il cancelliere Bismarck; e invece a Canossa vale proprio la pena di andarci!
Ad immergersi in un’atmosfera di particolare fascino e suggestione; a calpestare gli stessi luoghi in cui in pieno conflitto tra papato (o sacerdozio) e impero, accolti dalla grande contessa, un pontefice e un sovrano si incontrarono; a visitare il rinnovato Museo Nazionale; soprattutto se lo si fa accompagnati e supportati dal recentissimo e prezioso libro di Gino Badini “Matilde a Canossa”.
Una pubblicazione veramente utile, assai agevole nelle dimensioni- neppure un centinaio di pagine-, stampata con caratteri nitidi, ben corredate da appropriate illustrazioni a colori.

Il racconto si dipana scorrevole dall’origine della rocca sino alla sepoltura di Matilde in San Pietro nel sepolcro progettato dal Bernini; la prima immagine è infatti la riproduzione del disegno del castello effettuato agli inizi dell’800 da Alfonso Chierici e l’ultima è proprio lo schizzo del monumento berniniano. In mezzo sono presentati i grandi rappresentanti della dinastia attonide: Sigefredo “principe illustre della contea lucchese”, Adalberto Atto astuto come il biblico serpente, Tedaldo, Bonifacio e infine lei, la grande contessa, identificabile per molti studiosi con la “Matelda” dantesca.
E poi il grande dramma di cui la bianca rocca di Canossa fu testimone nel gennaio 1077: lo scontro tra i due poteri del medioevo e l’incontro tra Gregorio VII ed Enrico IV. Sullo sfondo è l’opera del monaco Donizone, la “Vita Mathildis”, composta nella quiete dell’abbazia di Sant’Apollonio a Canossa; dopo complesse vicende il manoscritto riccamente miniato è ora conservato nella Biblioteca Vaticana.
Pregio del libro è il registro scelto dall’autore: è un’opera di piacevole e facile lettura, divulgativa nel senso alto della parola senza nulla togliere alla scientificità e all’analisi storiografica, non appesantita da note a piè di pagina, ma non priva di fondamentali ed esaurienti riferimenti bibliografici.
Una nuova fatica editoriale, questa di Badini - ulteriore tappa delle sue ricerche canossiane - che gli specialisti e gli appassionati di storia medievale apprezzeranno, ma che tornerà certamente utile a quanti intendono avvicinarsi a Matilde, figura enigmatica e suggestiva, e alla sua rocca; conoscere compiutamente le vicende di una grande dinastia e soprattutto il cruciale snodo del “perdono di Canossa”; una pubblicazione che ha anche una grande valenza e utilità didattica.
Scrive nell’introduzione al volume, edito dal Ministero beni culturali con il concorso di Arcus e la collaborazione del comune di Canossa, la direttrice regionale Carla di Francesco che il libro diventa anche un ulteriore strumento per la lettura del patrimonio storico-culturale di Canossa.
Giuseppe Adriano Rossi
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1° ottobre 2009
Riceviamo e volentieri pubblichiamo, anche se non abbiamo chiesto l’autorizzazione al Professore che gentilmente ci scrive per correggerci (giustamente) e bacchettarci (legittimamente).
Buongiorno! chiedo scusa per l'intrusione, ma sono venuto in contatto con il
vostro sito, peraltro molto bello e per certi versi anche sorprendente (non
è facile trovare citata la "Vita" di Rinaldo di Vézelay, che però era abate,
non "priore" come vedo scritto: Vézelay non fu mai ridotta a priorato...), e
ho visto che sulla questione del Primato romano avete preferito citare
Benedetto XVI piuttosto che le ricerche storiche.
E' una questione di scelta: ma dovrebbe essere dichiarata in maniera
esplicita: voi avete fatto una scelta "teologica", che però è del tutto
antistorica, e questo dovrebbe essere detto in modo chiaro e onesto...
Non mi aspetto (forse mi sbaglio: me l'auguro) una risposta; ma ovviamente
segnalerò ai miei studenti il vostro sito (questo link del vostro sito) per
indicare come NON SI DOVREBBE procedere. Anche questo fa parte dell'attività
didattica, e soprattutto critica...
Un cordiale saluto,
pf. Glauco Maria Cantarella
Il sole e la luna. La rivoluzione di Gregorio VII papa 1073-1085
Glauco Maria CantarellaPrezzo di copertina: € 22,00
(Umberto Rosi)
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28 agosto 2009
In occasione della Perdonanza indulgenza plenaria durante l'Anno di Papa Celestino V
Eletto nel 1294, rinunciò alla sede di Pietro
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 25 agosto 2009 (ZENIT.org).- La Penitenzieria Apostolica ha concesso, a nome di Benedetto XVI, una speciale indulgenza plenaria ai fedeli che, seguendo le condizioni stabilite, pregheranno davanti ai resti di Papa San Celestino V durante l'"Anno Celestiniano", che inizia in questi giorni.
L'Anno verrà in augurato il 28 agosto a L'Aquila dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e terminerà il 29 agosto 2010.
Il giubileo ha luogo in occasione degli 800 anni dalla nascita di quel Papa (che divenne Pontefice nel 1294), il cui nome di battesimo era Pietro Angeleri da Morrone (1209-1296).
I suoi resti peregrineranno quest'anno nelle varie Diocesi dell'Abruzzo e del Molise, dove vivono le popolazioni colpite dal terremoto del 6 aprile scorso.
Celestino V, monaco che fondò in Abruzzo (Monte Morrone) l'Ordine dei Celestiniani, è passato alla storia per aver rinunciato volontariamente al ministero come Vescovo di Roma dopo cinque mesi di pontificato per tornare alla vita eremitica. Morì in carcere per ordine del Papa che gli succedette.
Celestino V è noto anche per la promulgazione della Perdonanza (il Perdono).
Dopo essere stato eletto Papa, dall'eremo di Sant'Onofrio al Morrone nel quale si era ritirato, a dorso di un asino e avendo come palafrenieri re Carlo II d'Angiò e suo figlio Carlo Martello, mosse alla volta di L'Aquila, dove venne intronizzato.
Come dono per tutti decise che quanti confessati e sinceramente pentiti, dai vespri del 28 agosto fino ai vespri del giorno 29, festa di San Giovanni Battista, avessero visitato devotamente la basilica di Collemaggio, a L'Aquila, avrebbero ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l'assoluzione dalla pena.
Fino ad allora, l'indulgenza plenaria era stata concessa solo a favore dei crociati in partenza per la Terra Santa e ai pellegrini che si recavano alla Porziuncola di Assisi. Nascevano così i giubilei.
Monsignor Giuseppe Molinari, Arcivescovo de L'Aquila, ai microfoni della "Radio Vaticana" ha spiegato che a causa del terremoto "sarà una Perdonanza sobria", ridotta "all'essenziale", come piaceva a San Celestino.
"Celestino voleva richiamarci alla grande verità dell'amore di Dio, del perdono di Dio, della riconciliazione, della conversione e della pace. E questo risalta meglio quando vengono a mancare altri contesti che rischiano di distrarre un po'", ha aggiunto.
Ulteriori informazioni su http://www.perdonanza-celestiniana.it
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19 agosto 2009
Questa volta vogliamo mettere le iniziative di IDEANATURA a Carpineti nel nostro editoriale, perché con questo intendiamo sottolineare il lavoro compiuto da questa associazione con entusiasmo, dedizione e competenza.
Se tutti i siti matildici fossero presidiati da persone del genere, i turisti o anche solo i curiosi si appassionerebbero di più alla meravigliosa storia di Matilde e avremmo delle visite molto più proficue.
(Umberto Rosi)
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Castello delle Carpinete – Carpineti RE
Ostello&Ristoro Pieve di San Vitale – Carpineti RE
Martedì 18 – San Vitale
Passeggiata sul sentiero dorato
Nordic Walking – avviamento alla camminata nordica
Ritrovo presso l’ostello&ristoro di San Vitale ore 16.00
Partecipazione gratuita
Mercoledì 19 – Castello delle Carpinete
Il castello alla luce delle fiaccole
Visita per ragazzi – storie da brivido
Ritrovo presso la biglietteria del castello ore 21.00
Partecipazione gratuita
Martedì 25 – San Vitale
Passeggiata sul sentiero dorato
passeggiata geologica
Ritrovo presso l’ostello&ristoro di San Vitale ore 16.00
Partecipazione gratuita
Mercoledì 26 – Castello delle Carpinete
Il castello alla luce delle fiaccole
Fai tuo il castello – attività estate 2009 e proposte 2010
Ritrovo presso la biglietteria del castello ore 21.00
Partecipazione gratuita
Sabato 29 – Castello delle Carpinete
Il castello dei piccoli
Visita guidata animata in collaborazione con associazione Etemenanki
Ritrovo presso la biglietteria del castello ore 17.00
Partecipazione gratuita
Sabato 29 - San Vitale ore 17.00
Rassegna TraMonti
Raffaello Simeoni - Lungo La Via Francigena
Spettacolo musicale
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25 luglio 2009
Il perdono, una tappa obbligata sulla via della riconciliazione
La riflessione dell'Arcivescovo Tomasi nell'Anno Internazionale della Riconciliazione
ROMA, venerdì, 24 luglio 2009 (ZENIT.org).-
L’Arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio ONU a Ginevra, offre una riflessione che parte dal testo della Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (61/17) che ha proclamato il 2009 Anno Internazionale della Riconciliazione e che si richiama ai principi di giustizia e pacifica convivenza pur senza definirla.
“L’intera comunità internazionale deve svolgere un ruolo attivo nei processi di peacekeeping e di peacebuilding, di disarmo, di sviluppo sostenibile, di promozione e di difesa dei diritti umani all’interno della inalienabile dignità della persona umana, di democrazia, di stato di diritto e governance, tutte esigenze che aprono la strada alla riconciliazione”.
“La verità” e “la giustizia” devono essere viste come “indispensabili elementi se la riconciliazione deve portare ad una pace duratura”.
“Una parola non presente nella Risoluzione delle Nazioni Unite, eppure fondamentale per ogni concreta iniziativa di riconciliazione , è perdono, la volontà di ripartire, di ristabilire relazioni interrotte e di guardare al futuro piuttosto che al passato”.
“Qui le radici religiose della riconciliazione assumono tutto il loro significato”, perché “la parola riconciliazione stessa proviene dalla lunga tradizione della religione che afferma che il perdono può e dovrebbe reintegrare una persona nella comunità e una comunità nel più vasto organismo di tutti i credenti, e rende possibile il passaggio dalla comunità alla comunione”.
“Il cambiamento è implicito nella riconciliazione, e il perdono è un cambiamento profondo ed interiore della persona che la rende consapevole che anche le altre persone possono cambiare”.
Tra i primi passi che la Chiesa cattolica compie in iniziative di riconciliazione, il presule ha indicato quello di “fondare la riconciliazione nel cuore del messaggio evangelico (Dio riconcilia il mondo in Cristo) e condividere questa buona novella con il mondo mediante l’insegnamento e la liturgia”.
Da qui poi deriva “l’impegno quotidiano delle comunità ad accogliere e servire chiunque sia in stato di bisogno e strutturare questo impegno, in specifici momenti di crisi, attraverso forme di riconciliazione più formalizzate” e “l'azione occasionale diplomatica di mediazione e riconciliazione tra Stati”.
“Il legame che unisce queste varie forme di impegno – aggiunge il presule – è il fondamento comune su cui esse riposano, la fede che la famiglia umana è una sola ed ha un comune destino secondo il progetto di Dio”.
(Umberto Rosi)
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6 luglio 2009
In tutto il materiale che abbiamo pubblicato riguardo a Matilde di Canossa e i personaggi che hanno ruotato intorno alla sua figura, centrale è il tema del contrasto, anzi, addirittura dello scontro fra chiesa ed Impero.
Dove può essere ricercata la fonte di tutto questo?
Essa affonda le sue radici nei secoli lontani, ma sicuramente la svolta costantiniana è un evento carico di grandissime conseguenze.
Per permetterci di riflettere sull’argomento, proponiamo questo bellissimo power point scolastico, che in seguito cercheremo di sviluppare.
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1° luglio 2009
Matilde di Canossa ispiratrice di nuove drammaturgie
Matilde di Canossa, medio evo contemporaneo è il titolo del progetto ideato dal centro teatrale La Corte Ospitale di Rubiera (Reggio Emilia) e promosso dalla casa editrice Minimum fax e dalla provincia di Reggio Emilia, da anni promotrice di progetti culturali volti alla valorizzazione della figura di Matilde di Canossa e alla diffusione della sua storia.
"E' un progetto multidisciplinare attraverso il quale coinvolgeremo esponenti della cultura italiana, esperti delle diverse discipline artistiche, dalla scrittura al teatro, al servizio della diffusione di fatti e protagonisti del passato - spiega Sonia Masini, presidente della provincia di Reggio Emilia - Eventi che hanno fatto la storia del nostro territorio, cari alla provincia reggiana".
Il bando di concorso di nuove scritture per la scena intende coinvolgere autori e drammaturghi italiani a diversi livelli di notorietà: "Il nostro obiettivo è duplice - anticipa Walter Zambaldi, direttore della Corte Ospitale - Da un lato convogliare l'attenzione degli autori contemporanei italiani sul territorio reggiano; dall'altro esportare la figura mitica di Matilde di Canossa all'attenzione nazionale, attraverso un linguaggio innovativo che racconti e attualizzi l'epoca in cui visse ed operò".
Il progetto si articola in due tappe principali: un concorso di nuove drammaturgie e l'allestimento di uno spettacolo teatrale. Protagonista di entrambe le fasi di lavoro sarà Giorgio Albertazzi, che sarà coinvolto nel concorso di nuove scritture in qualità di presidente della giuria e interprete unico dell'evento che debutterà in Terre di Canossa tra gennaio e febbraio 2010.
Ai partecipanti al concorso è richiesta, entro il 15 settembre 2009, la presentazione dell'idea (una sinossi e un'esemplificazione della drammaturgia) in una traccia scritta di lavoro che svilupperanno in forma di monologo solo nel caso in cui vinceranno il concorso.
La giuria è composta da Marco Cassini e Daniele di Gennaro, editori della casa editrice Minimum fax, Rodolfo Di Giammarco, giornalista e critico teatrale di Repubblica, dal regista e drammaturgo Leo Muscato, dal regista Marco Plini, da Luca Scarlini, saggista e scrittore, e da Marica Stocchi, drammaturga e organizzatrice teatrale. La giuria decreterà a suo insindacabile giudizio le due idee migliori che verranno sviluppate in forma di drammaturgia definitiva entro dicembre 2009, anche a seguito di periodi di residenza creativa dei due autori presso gli spazi de La Corte Ospitale.
Giorgio Albertazzi sceglierà, tra le due drammaturgie, quella che vorrà mettere in scena. A ciascun vincitore verrà riconosciuto un premio in denaro di € 5.000. La Corte Ospitale raccoglierà il risultato finale di questa operazione in un volume curato da Minimum fax. Il libro includerà le due drammaturgie vincitrici del concorso, il racconto di questa esperienza, oltre ad altro materiale documentario.
Per partecipare occorre inviare la scheda di iscrizione entro il 15 luglio 2009.
Info: La Corte Ospitale Via Fontana 2 - Rubiera. Tel. 0522/621133 - Fax 0522/262343
\n ufficiostampa@corteospitale.org
(Umberto Rosi)
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12.06.2009
"Quando qualcuno vi fa del male, non pensate a voi stessi ma a lui: sta facendo del male a se stesso, sta facendo del male a Gesù che è in lui. Dovete imparare a perdonare. Dovete imparare che abbiamo bisogno di perdono. Lui lo capirà in seguito. E per lui sarà una terribile umiliazione quando se ne renderà conto".
(Breviario di Madre Teresa, p. 64)
Ma, aggiungiamo noi, da questa salutare umiliazione, potrebbe nascere il fiore del perdono: inizierà perdonando se stesso e tutto quello che pensa di aver sbagliato fino a quel momento, poi imparerà a perdonare gli altri. E all’origine di tutto ciò, ci sarà uno che ha saputo perdonare, umiliando se stesso; dall’umiliazione si raccoglie frutto, dal letame nascono i fiori.
(Umberto Rosi)
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08.04.2009
Matilde di Canossa tra potere, solitudine e religione
Matilde nacque a Mantova nell’anno 1046. Ancora piccola perse i due fratelli maggiori, Beatrice e Federico, anch’essi in tenera età, quando già era orfana di padre; nell’anno precedente (1052), infatti, il padre Bonifacio morì assassinato durante una battuta di caccia nella zona si San Martino all’Argine.
La madre, Beatrice di Lorena, di nobile famiglia, non avendo figli maschi, decise, su suggerimento di Papa Leone IX, di risposarsi con il cugino Goffredo il Barbuto, sostenitore delle posizioni riformiste papali, così da irrobustire il legame di collaborazione con la Chiesa, ma anche per assicurare i beni ereditari destinati a lei per discendenza familiare così come quelli imperiali, che invece Enrico III voleva impiegare diversamente.
Nonostante queste intrigate vicende, la formazione della piccola non fu trascurata; infatti le fu insegnato a leggere, scrivere e, come ci dice Donizone, monaco molto legato alla Contessa e curatore della sua biografia, le fu insegnato anche “a parlare la lingua dei Teutoni e dei Franchi”. Ancora piccola, per volere del patrigno Goffredo, sempre per motivi di interesse, venne promessa sposa al figlio di lui, Goffredo di Lorena detto il Gobbo, che sposò nel 1070 e dal quale ebbe una figlia, Beatrice, la quale morì pochi giorni dopo la nascita.
Il matrimonio, tuttavia, non durò a lungo, anche per la scelta di Matilde di schierarsi dalla parte della Chiesa, in contrasto con quella del marito, orientata verso l’impero; così Matilde tornò dalla madre e, dopo l’assassinio di Goffredo il Gobbo e la morte della madre avvenuta nel 1076, divenne, a tutti gli effetti, per circa quarant’ anni, la potente e capace padrona di un vasto territorio dell’Italia centro-settentrionale, rivelando indiscusse doti di stratega, diplomatica, amministratrice e guerriera.
Tuttavia sofferenza e solitudine furono compagne costanti della vita di Matilde; nel 1089, infatti, fallì anche il suo secondo matrimonio con il giovanissimo Guelfo di Baviera, probabilmente anche a causa dell’impotenza di quest’ultimo, insieme alle speranze di assicurare una discendenza alla sua dinastia, cosa cui Matilde teneva moltissimo e, da questo momento in poi, ella non si accompagnerà più ad alcun uomo. Ma Matilde fu anche una donna fortemente legata alla fede cristiana che, “Se è qualcosa lo è per grazia di Dio”, come usava precisare nella sua firma.
Questo suo profondo attaccamento alla fede cristiana la indusse, trovandosi coinvolta nel cuore dello scontro tra Chiesa e Impero, a compiere la sua scelta senza pensare a se stessa ed ai propri egoistici interessi; appoggiando il Papa e la Chiesa, infatti, ella subì pesanti conseguenze da parte dell’imperatore, che la privò di gran parte dei suoi possedimenti costringendola a rifugiarsi nei suoi castelli sull’Appennino emiliano.
Questa sua fede è testimoniata anche dalla numerose donazioni di denaro che Matilde elargì ai molti monasteri presenti nei suoi territori. Matilde morì nel 1122 alla vigilia della festa di S. Giacomo a S. Benedetto Polirone, ove si era ritirata ed aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita convivendo con la sua malattia, e oggi riposa nella Basilica di San Pietro, a Roma, ove fu traslata per volere di Papa Urbano VIII.
Onesti Marco
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20.02.2009
SAN PIER DAMIANI: “Signore, perdonalo”.
Il 21 febbraio ricordiamo San Pier Damiani, che visse fra il 1007 e il 1072, importantissimo nel campo del monachesimo e fondamentale nella storia della riforma gregoriana per la quale si battè con grande coraggio contro la simonia e per il celibato dei sacerdoti.
Dante, nel Paradiso, lo ricorda nel cielo di Saturno, al canto XXI:
Quivi
Al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.
Dante coglie il centro delle aspirazioni di Pietro detto Damiani dal nome del fratello: quello di essere un monaco contemplativo con una vita ascetica molto severa, forse troppo, tanto da rasentare il dualismo gnostico fra materia e spirito, come risulta dall’epitaffio da lui stesso scritto per il proprio sepolcro:
Io fui nel mondo quel che tu sei ora; tu sarai quel che io ora sono:
non prestar fede alle cose che vedi destinate a perire;
sono segni frivoli che precedono la verità, sono brevi momenti cui segue l’eternità.
Vivi pensando alla morte perché tu possa vivere in eterno.
Tutto ciò che è presente, passa; resta invece quel che si avvicina.
Come ha ben provveduto chi ti ha lasciato, o mondo malvagio,
chi è morto prima col corpo alla carne che non con la carne al mondo!
Preferisci le cose celesti alle terrene, le eterne alle caduche.
L’anima libera torni al suo principio;
lo spirito salga in alto e torni a quella fonte da cui è scaturito,
disprezzi sotto di sé ciò che lo costringe in basso.
Ricordati di me, te ne prego; guarda pietoso le ceneri di Pietro;
con preghiere e gemiti dì: “Signore, perdonalo”.
Pier Damiani era un santo in terra, un severo asceta, eppure sente il bisogno che chi passa dalla sua tomba lo aiuti a chiedere il perdono di Dio. E’ un grande e bello ammonimento quello che ci lascia: la nostra vita e i nostri sforzi di piccoli uomini, per quanto intensi e alti siano, non riusciranno mai a meritarci quella perfezione e la salvezza eterna che soltanto la Redenzione di Cristo ci può donare.
Apriamo dunque le nostre menti e le nostre labbra a quella richiesta ristoratrice di perdono che soltanto Dio può esaudire, ma apriamole anche, di conseguenza, a tutti coloro che questo perdono lo debbano chiedere a noi: esso rientrerà nel grande alveo del perdono e della pace di Dio.
Umberto Rosi
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28.01.2009
L'imperatore è alla porta? Fatelo attendere
di Antonio Paolucci
La vicenda storica che coinvolse Matilde è quella che i manuali chiamano della "lotta per le investiture". Il sacro romano imperatore, la massima autorità politica dell'epoca, intendeva avocare a sé la nomina dei vescovi. Erede in questo dell'autocrazia dei Cesari, voleva una Chiesa docile alla corona, poco più che un apprezzato dicastero dello Stato. Come accadeva in quegli anni a Costantinopoli e nell'impero d'oriente e come sarà nella Russia degli zar ortodossi fino all'inizio del XX secolo.
La Chiesa di Roma, al contrario, si batteva con dura determinazione per l'autonomia dell'ordine ecclesiale dalla potestà politica. Fra scomuniche, contestazioni canoniche, diete imperiali e sinodi di vescovi ostili al papa, il confronto diventò scontro aperto quando nel 1073 salì sul trono di Pietro Ildebrando di Sovana, un monaco della Toscana meridionale di modeste origini famigliari. Prese il nome di Gregorio VII, forse a ricordo di quell'infelice Gregorio VI che qualche anno prima l'imperatore aveva deposto costringendolo alla rinuncia e all'esilio. Ildebrando era uomo di tutt'altra tempra. Accettò la sfida e la vinse contro il giovane e impulsivo imperatore Arrigo IV.
Ed ecco l'evento di Canossa. Ospite nel castello della contessa Matilde sui Monti Appennini di Reggio, presente l'abate di Cluny, il papa accettò il pentimento dell'imperatore, lo perdonò e gli concesse il bacio della pace. Era il 28 gennaio 1077. Ma prima di essere ammesso alla presenza del Papa, Arrigo dovette sostare a lungo fuori dalla porta del castello, in atto penitenziale, vestito di sacco, a piedi nudi nella neve di quell'inverno freddissimo che aveva fatto gelare il fiume Po.
Quell'episodio di dieci secoli or sono è diventato proverbiale. Ancora oggi si dice "andare a Canossa" nel senso di una ritrattazione dolorosa e necessaria. Grazie alla straordinaria efficacia del simbolo — l'imperatore che si umilia di fronte al papa — quell'episodio ha avuto e continua ad avere un grande significato politico e propagandistico. Per la parte cattolica, come affermazione di uno storico successo e dunque di un primato, ma anche, e con uguale intensità, per la parte avversa. "A Canossa noi non andremo", tuonava nel 1872 di fronte al Reichstag tedesco il cancelliere Bismarck, al culmine del Kulturkampf, la dura battaglia anticlericale che vide lo scontro frontale fra la Chiesa cattolica e il governo.
Canossa non fu che un episodio lungo un percorso plurisecolare costellato di vittorie e di sconfitte. Lo stesso Gregorio VII sperimentò assai presto la vendetta dell'imperatore. Spodestato, sostituito da un antipapa e costretto alla fuga, morì in esilio a Salerno nel 1085. Ma ormai il principio propugnato da papa Gregorio e condiviso da Matilde, era entrato nella storia. L'autonomia della Chiesa dal potere politico si affermò lentamente, faticosamente ma irreversibilmente nonostante le ricorrenti ondate di cesaropapismo, di integralismo e di anticlericalismo, fino a diventare architrave portante della moderna civiltà d'Occidente.
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27 dicembre 2008
“Scusa”. Solo cinque lettere, che tuttavia bruciano sulla nostra lingua come un cucchiaio di minestra bollente e ci fanno sentire indifesi quando le pronunciamo.
Non è forse meglio sentirsi potenti, senza timori, convinti di essere dei fenomeni?
Forse però vi è anche capitato di ragionare con voi stessi, di pensare nel più assoluto silenzio e accorgervi di una vostra piccola parte che nell’euforia che vi aveva travolto si sentiva più un fenomeno da baraccone; ed è in quel momento che cominciate a scavare nella vostra mente cercando di trovare la causa di quel piccolo dolore che piano piano si fa sentire con più intensità.
<Che cosa avrò mai fatto?>: terribile domanda che echeggia dentro noi.
Nessun altro ci conosce meglio di noi stessi e in realtà sappiamo molto bene cosa provoca questa discrepanza interiore.
È una sensazione strana che in un primo momento tentiamo di evitare. All’improvviso poi quando abbandoniamo, anche solo per poco, questo pensiero, ecco che una luce fa chiarezza su quella persona o su quel gruppo che abbiamo deluso, magari non essendocene accorti.
Proprio ora ci mettiamo in gioco, scoprendoci nel punto più debole: i sentimenti, ciò che possediamo di più privato.
Con difficoltà cerchiamo il pretesto giusto per cominciare e quando finalmente arriviamo a “scusa”: strano ma … ci sentiamo meglio. Cosa ancor più meravigliosa: l’altro sta bene almeno quanto noi ed è nell’istante in cui avvertiamo la pace dell’altro che ritroviamo la nostra quiete e la piccola parte di noi ora si sente un fenomeno, di quelli veri.
Alle volte non necessariamente dobbiamo scusarci con altri ma anche con noi stessi, spesso per esserci comportati in una maniera che non ci apparteneva.
Siamo noi i veri protagonisti della nostra vita e fare le scelte che ci sentiamo di affrontare lo dobbiamo a noi stessi per principio.
Non temete i confronti come l’apparente banalità di ammettere un proprio errore, perché sono le cose più semplici che fanno del nostro percorso un’esperienza speciale.
E i primi a esserne gratificati sarete voi.
(Chiara Tonelli)
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11 dicembre 2008
Messaggio per la Giornata della pace 2009
Papa: «Contro fame e povertà serve una nuova economia»
E’ indubbio che sul tema della fame e della povertà noi ricchi abbiamo molto da farci perdonare; per riflettere su questo tema, vi invitiamo a leggere la conclusione del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace 2009, che di seguito alleghiamo.
Conclusione
14. Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva circa la necessità di «abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto ».
« I poveri – egli scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero ». Nell'attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti.
Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado. La globalizzazione da sola è incapace di costruire la pace e, in molti casi, anzi, crea divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un obiettivo di profonda solidarietà che miri al bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista come un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili.
15. Da sempre la dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri.
Ai tempi dell'Enciclica Rerum novarum essi erano costituiti soprattutto dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali. Questo allargamento della questione sociale alla globalità va considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche di un approfondimento qualitativo sull'uomo e sui bisogni della famiglia umana.
Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali fenomeni della globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane, indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in estensione, ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il suo rapporto con Dio. Sono principi di dottrina sociale che tendono a chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione verso la costruzione della pace. Tra questi principi è il caso di ricordare qui, in modo particolare, l'« amore preferenziale per i poveri », alla luce del primato della carità, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini (cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10).
« Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi », scriveva nel 1891 Leone XIII, aggiungendo: « Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua ». Questa consapevolezza accompagna anche oggi l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo, sentendo risuonare costantemente nel suo cuore il mandato del Principe della pace agli Apostoli: « Vos date illis manducare – date loro voi stessi da mangiare » (Lc 9,13). Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare « gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società ».
Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui « combattere la povertà è costruire la pace ».
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008
Lo stemma di Benedetto XVI
Umberto Rosi
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Il Romanico è un movimento artistico di estensione europea che trae soprattutto origine dall’abbazia di Cluny e da qui si estende nei paesi dove i suoi monaci ebbero grande influenza, quindi soprattutto il resto della Francia, l’Italia in particolare settentrionale, la Spagna, la Germania, l’Inghilterra (i nomi delle nazioni sono naturalmente quelli moderni).
Il periodo è quindi collocabile fra il X e il XIII secolo; in Italia potremmo dire che il Romanico scultoreo va dal Duomo di Modena a quasi due secoli dopo coi leoni della facciata del Duomo di Parma.
Scultura nella facciata del duomo di Modena con cavaliere che combatte il male.
Perché questo movimento artistico nacque e perché poi all’improvviso scomparve?
La nostra tesi è la seguente:
il Romanico è un’invenzione programmatica della religione, nato per spiegare iconograficamente il progetto di riforma e di rinnovamento della Chiesa.
A quell’epoca pochissimi sapevano leggere e scrivere, quindi pochissimi potevano accedere alla cultura; ma la costruzione di nuove cattedrali ed altre opere religiose ebbero come progetto quello di poter far recepire, con l’osservazione, i concetti religiosi che si stavano affermando. Ogni chiesa era una vera e propria enciclopedia religiosa di pietra.
Capitello della Cattedrale di Reggio Emilia.
Chi stava lottando contro il degrado della Chiesa e l’intromissione del potere temporale nella scelta ed elezione dei Vescovi fece dell’architettura ma soprattutto della scultura romanica un mezzo per affermare il proprio programma. Chi furono costoro? Il movimento monastico, il Papato, Matilde.
Di che mezzi si servirono? Gli unici che potevano essere capiti dal popolo non colto dell’epoca, cioè mezzi simbolici.
Per secoli i critici d’arte si sono chiesti perché quel proliferare di bestie, animali, mostri che facevano mostra di sé nelle cattedrali medievali: li hanno attribuiti soprattutto al terrore dell’anno Mille. Niente di tutto questo: con quei simboli invece artisti ben istruiti volevano trasmettere il senso della lotta (pensiamo a quante cacce!) contro la simonia e le investiture di origine non papale, contro l’astuzia (il drago), la violenza (il toro), la bramosia e l’accaparramento dei beni (il maiale) del potere temporale e degli ecclesiastici simoniaci e corrotti, con il trionfo finale dei rappresentanti di Cristo, cioè della Chiesa (il leone).
Si tratta dunque di un’arte militante, ben intrecciata ai problemi e alla vita storica di un periodo così importante della storia della Chiesa e della civiltà. Questo è il Romanico, al di là dei suoi grandi pregi artistici ed estetici, e per questo ancora oggi lo possiamo ammirare.
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26 settembre 2008
Matilde, femminista senza saperlo?
Ci suona veramente molto strano e ci crea anche un senso di amarezza leggere certi articoli come quello sul numero 36 del 4.9.08 di Panorama alle pagine 124-125 intitolato “Matilde, femminista a Canossa” a firma Giorgio Ieranò.
Da una rapida ricerca su Internet, risulta che Giorgio Ieranò insegna Letteratura Greca e Storia del Teatro antico all’Università di Trento, è autore di svariati testi e pubblicazioni, non è dunque un articolista improvvisato. Ha del resto alle proprie spalle anni di firma sempre sulla rivista Panorama: perché ha dunque avuto bisogno di scrivere questo articolo così diffamante nei confronti di una donna a cui in questo momento sono dedicate delle Mostre di importanza internazionale che confermano sempre più la sua grandezza?
Perché attribuirle un’etichetta culturale, quella di femminista, che non fa certo parte del periodo storico in cui visse la Grancontessa, ma è molto più tarda? Un principio storico assodato è quello di non utilizzare categorie attuali con civiltà passate…
Perché tanta acredine nell’attribuirle il ruolo di amante del Papa, servendosi di un metodo ben poco storico ma conosciuto agli storici alla Dan Brown, di fare queste affermazioni aggiungendo “secondo le malelingue” oppure “dicevano i maligni”?
Ci pare che i maligni non siano quelli passati, se si arriva persino a dire di Matilde che fu “forse assassina del primo marito”; frase eccezionale, in cui brilla per la sua precisione storica e il suo equilibrio di giudizio il forse.
Stiamo parlando di una delle riviste più diffuse in Italia, che ha probabilmente milioni di lettori ogni settimana: perché spargere questo fango e perché sprecare capacità e competenze così alte per nutrire di questo fango gli italiani e le italiane chein Matilde, ancora oggi, possono avere una figura di riferimento ideale?
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Dal quotidiano Gazzetta di Reggio del 13 settembre 2008

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22 settembre 2008
Carpineti in Mostra
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Lungo le strade di Matilde ha preso il via Domenica 21 Settembre a Carpineti con l’inaugurazione delle due Mostre dedicate a Matilde di Canossa : la prima presso il Castello di Carpineti, nella Chiesa di Sant’Andrea e nel Mastio, la seconda presso la Pieve di San Vitale in cui sono esposte 25 fotografie del grande documentatore di storia reggiana Stanislao Farri. |
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L’assessore della Comunità Montana Clementina Santi ha presentato l’evento carpinetano dicendo che si è voluto mettere in mostra Matilde negli stessi luoghi della Contessa, in modo da poter offrire una specie di opera integrata, di mappa del territorio matildico che tenga in considerazione che già i luoghi sono di per sé una mostra; non mancano naturalmente gli oggetti, e sono centinaia quelli esposti, ma integrati negli spazi in cui la storia cui si riferiscono si è svolta, in particolare il soggiorno di papa Gregorio VII che da qui per qualche mese ha governato la cristianità e il concilio del 1092 con il famoso intervento dell’eremita Giovanni da Marola. Carpineti, ha aggiunto l’assessore Santi, non vuol essere in altercatio con Canossa, come Donizone nel suo poema mette Canossa in altercatio con Mantova; nessuna sovrapposizione o contrasto: le mostre di Reggio, Mantova, Canossa, San Benedetto Po e ora Carpineti, si integrano e si completano in un doveroso omaggio alla nostra grande Comitissa, che in vita ebbe un contatto diretto col suo vasto territorio conservandolo anche ora con la varietà di queste mostre che ne sottolineano la sua continua presenza anche oggi. |
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Il Presidente della Provincia Sonia Masini ha sottolineato come finalmente a Reggio ci siamo resi conto dell’importanza culturale del nostro territorio, cosa che finora avevamo un po’ trascurato, non accorgendoci di come invece rappresenti un patrimonio che ci mette in contatto diretto con l’Europa. Questa idea è stata ripresa anche dal vice-presidente della Camera di Commercio di Reggio, Enrico Bini, che ha parlato di reggianità messa a sistema con un’adeguata forma di marketing territoriale che non può non passare attraverso la valorizzazione del nostro ampio lascito storico-culturale. |
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La curatrice della Mostra, Donatella Jager Bedogni, ha messo in risalto il valore delle preziose opere messe a disposizione dei visitatori, in un percorso divulgativo che cerca di valorizzare soprattutto la forza evocativa del racconto. |
Dobbiamo dire che le intenzioni espresse hanno già trovato un loro ampio successo: il Castello di Carpineti, la Pieve di San Vitale, precedente il periodo canossano, ma così ben integrata in esso, le opere messe in mostra e i grandi paesaggi in cui tutto questo si situa, hanno il potere di immergere il visitatore in una magica atmosfera che ci ricollega nell’immaginario ai grandi fatti del passato, immergendoci però nella vita del presente con una consapevolezza ed un entusiasmo che ci proiettano nell’impegno per la costruzione del nostro futuro, rappresentato attivamente domenica a Carpineti da una buona presenza, d’accordo minoritaria, ma non trascurabile, di giovani a cui indicare con fiducia la splendente figura di Matilde.
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20 settembre 2008
Lungo le strade di Matilde
Matilde sempre più in Mostra: Matilde e il tesoro dei Canossa, tra castelli e città a Reggio in ben tre sedi (Palazzo Magnani, Museo Diocesano, Museo Civico) e a Canossa al Museo Campanini non basta, perché l’Appennino che si sente trascurato riapre i giochi e rilancia con l’iniziativa Lungo le strade di Matilde.
Leggiamo cosa scrive Clementina Santi, Assessore alla Cultura della Comunità Montana Appennino Reggiano:
Molti dei materiali che i visitatori troveranno esposti rimandano ai luoghi dell’Appennino reggiano. Luighi nei quali si è svolta una parte impotante della vicenda matildica e dove rimangono le testimonianze architettoniche forse più significative della sua storia: sono i castelli più forti e più amati dove Matilde ha ospitato Papi e Imperatori (Bianello, Carpineti, Canossa) o i fortilizi severi del suo poderoso sistema difensivo (Sarzano e Bismantova). Sono le residenze dei suoi feudatari più fedeli (le corti dei Da Palude nella valle dell’Enza).Sono le chiese, le “cento chiese della leggenda” che la contessa ha voluto fondare o consacrare: le pievi come San Vitale, Santa Maria di Toano e San Bartolomeo di Paullo, o i monasteri come Marola.Sono anche le strade percorse dai suoi eserciti guidati da mano divina (Madonna della Battaglia).
L’itinerario che proponiamo è un invito a visitare questi luoghi, i luoghi di Matilde, ora arricchiti dal valore aggiunto di una raccolta di oggetti, libri, documenti, immagini, fotografie, stampe, costumi…in cui la biografia di Matilde si intreccia con la storia del Medioevo e la geografia dell’Appennino.
Le mostre nei luoghi della Contessa riguardano:
Castello di Carpineti e la Pieve di San Vitale di Carpineti che vedranno come pezzi forti il Mastio e la Chiesa di sant’Andrea, le pietre della Pieve e le Lettere di Gregorio VII;
Castelnovo Monti dove nel Palazzo Ducale saranno esposte le fotografie di Nino Migliori e Michael Kenna;
il Castello di Sarzano con i suoi bellissimi paesaggi matildici.
A Carpineti le due mostre saranno inaugurate Domenica 21 Settembre alle ore 17 nel Castello e alle ore 18 nella Pieve.
A Castelnovo Monti la mostra sarà inaugurata il 27 settembre alle ore 17,30, mentre il Castello di Sarzano avrà apertura domenicale dalle 15 alle 18 nei mesi di Settembre ed Ottobre.
Sono appuntamenti importanti della nostra provincia e in particolare del nostro Appennino, che valorizzeranno sempre più il tesoro della nostra grande Contessa, tesoro che è stato ampiamente elargito alla nostra terra e non deve essere sotterrato ma riscoperto, visitato, messo alla luce della cultura e dei grandi valori del nostro tempo.
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15 settembre 2008
Reggio Storia: da 30 anni nella nostra memoria
Nasceva 30 anni fa, nel Giugno del 1978, la rivista trimestrale di storia locale Reggio Storia. (reggiostoria@libero.it).
30 anni sono tanti, soprattutto per una rivista che dice “no” alle cronache “usa e getta” per dedicarsi invece alla “forza dell’identità”, come si legge nell’invito a RE-Media Memoriae, primo Convegno Nazionale dei Periodici di culture e storie locali che si è svolto sabato 13 Settembre presso l’Aula Magna “Pietro Manodori” dell’Università cittadina.
Bellissimo Convegno, a cui hanno partecipato decine di giornalisti e cronisti di testate soprattutto emiliano-romagnole ma non solo, piemontesi, liguri, lombarde, trentine e marchigiane, tutte accomunate dalla passione per la storia locale e dalla convinzione che fare storia significa contribuire alla formazione di cittadini più saldi nelle proprie radici.
Il padrone di casa era naturalmente il festeggiato, cioè la nostra Reggio Storia, anche se non ne ha voluto approfittare, affidando l’illustrazione della propria attività al solo intervento, seppure molto alto e qualificato, del proprio ideatore e animatore Gino Badini.
Negli stessi giorni è anche uscito il numero 120 della rivista, giusto coronamento di una cadenza trimestrale che è un vero appuntamento per i reggiani (e anche per appassionati fuori provincia) non soltanto nel campo della storia locale ma anche dell’arte, della letteratura, dell’economia, della gastronomia e della toponomastica, delle tradizioni popolari, dello sport e del dialetto.
Sono più di mille i contributi apparsi sulla rivista, e naturalmente non poteva mancare Canossa e la sua gran contessa, che fanno la parte del leone fra gli argomenti trattati a varie riprese e da diverse angolature. Avremo occasione di scendere più nel particolare sull’argomento, per ora vogliamo fermarci soltanto all’aspetto rievocativo, sottolineandone ancora una volta l’importanza e il carattere non prettamente di “nicchia”, ma di preminenza nell’ordine di importanza dei valori di una comunità che si vuol trovare unita nel riscoprire da dove viene per poter progettare dove andare.

Ci siamo permessi di terminare con il logo della Mostra dedicata a Matilde: felice coincidenza per la rivista, anche lei tesoro e patrimonio della nostra città.
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11 settembre 2008
Cristiani in India
Ancora in questi giorni assistiamo a continue violenze in India contro i cristiani, accusati di essere i colpevoli della morte di un capo fondamentalista della religione induista nella regione dell’Orissa. Tutti abbiamo assistito alla televisione (ormai la violenza va in diretta) alle devastazioni, agli incendi, alle violenze sulle cose e sulle persone (decine i morti), gruppi di disperati che cercano riparo nella foresta, dove possono vivere solo una vita-non vita. Eppure le accuse sono assolutamente infondate, assurde, però vengono usate per istigare alla violenza e scatenare una vera e propria caccia all’uomo. Quello che insomma è stato pianificato è un autentico «piano per eliminare i cristiani dall’Orissa».
Così si è espresso monsignor Raphael Cheenath, arcivescovo di Cuttack-Bhubaneshwar (capitale dell’Orissa). I cristiani hanno un demerito fondamentale: quello di non accettare la stratificazione in classi della popolazione indiana, cosa che invece è uno dei fondamenti della religione induista. Questo è un aggancio con la situazione Medioevale in Europa, che però già all’epoca matildica veniva messa in discussione e che si avvierà poi, con vari risultati, a soluzioni più consone al principio cristiano della fratellanza e della uguaglianza universale. Il vescovo Cheenath condanna l’inaudita distruzione messa in atto; risponde comunque con uno spirito di fratellanza: «Nonostante questa ondata di persecuzione, confido che il nostro popolo tornerà ben presto a essere unito, appena la situazione sarà tornata alla normalità.
Perdoniamo tutti coloro che, a causa di uno zelo malriposto e della disinformazione, hanno inflitto una tale tragedia alla comunità cristiana».
Ancora una volta sentiamo esprimere parole di perdono, e non teoriche, ma in realtà di grande dolore, sofferenza ed ingiustizia; sono parole di speranza, di comprensione, di ricerca di ponti di collaborazione nonostante tutto. Ma dobbiamo esserne convinti: la violenza non può essere combattuta con la violenza, l’odio con l’odio. Alla fine soltanto l’amore può riportare all’unità, ma non un amore detto come parola poetica e poco reale: l’amore incarnato nella ricerca del bene comune, che può passare solo attraverso la difficoltà e la durezza del perdono. Giovanni Paolo II stesso ce lo ricordava: a volte non viene naturale perdonare, ci costa fatica e molta forza di volontà; ma è proprio allora che ci mettiamo sulla strada di Gesù: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.
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Matilde sei mitica!
Prendendo a prestito il titolo di un famoso film, possiamo proprio affermarlo: Matilde è uno dei personaggi del Medioevo che hanno lasciato un alone di mito anche nella confusa fantasia di oggi, confusa perché bombardata da troppi messaggi e da troppi fuochi di attrazione per cui si crea nelle nostre menti una specie di marmellata passata e ripassata che non riesce a crearci delle vere e proprie emozioni profonde e durature, che diventano quindi non più solo emotività, ma sentimento del tempo, cioè mito.
Matilde di Canossa è mito. Canossa è il cognome? Matilde è il nome? No, è un binomio inscindibile, anzi possiamo dire che non si sa se Matilde dà di più a Canossa o se è Canossa che qualifica e avvalora Matilde. Vanno insieme, debbono andare insieme, questa donna così icastica (provate a guardare il logo della Mostra), questa “bianca rupe”, così nuda, così spoglia, così essenziale, ma così se stessa, che al binomio inscindibile di cui abbiamo detto fa bucare lo scorrere dei tempi.
Teniamoci caro questo mito…
E’ uno dei pochi che sbuca ancora dalla nostra terra, che vive e fruttifica in mezzo a noi, in mille modi di cui non ci rendiamo forse conto ma che formano quell’humus che ci rende cittadini dell’oggi ma un po’ più consapevoli perché ci accorgiamo di avere delle lontane radici comuni.
Raccontiamolo ai nostri bambini, genitori, facciamolo studiare ed amare ai nostri studenti, insegnanti; operatori turistici e del territorio, valorizziamolo con tutte le cure e le attenzioni; operatori della comunicazione sociale, non svalorizziamolo mettendolo allo stesso livello di una sagra o di una festa locale legate ad una motivazione passeggera: qui ci troviamo di fronte al passato che riesce a vivere nell’oggi, nella nostra testa, nei nostri pensieri.
Nel film “Nel nome del padre” il figlio chiede al padre che è da anni in prigione con lui: “Come hai fatto con la mamma?”, e il padre risponde, indicando la testa:”Tua madre è con me, è qui, e io tutti i giorni sono con lei…”.
Matilde di Canossa è ancora con noi e la Mostra che il 31 andremo ad inaugurare è qui a testimoniarcelo.

Ce lo testimonia con dei segni come il logo che abbiamo preso dal sito ufficiale della mostra, matildedeicanossa, e che è protetto naturalmente da un accordo, e che con certe regole potrà essere messo sui prodotti della nostra terra; ce lo testimoniano tutti coloro che questa mostra l’hanno voluta, gli organizzatori, i promotori, i patrocinatori e gli sponsor, che elenchiamo:
- Si ringraziano per la preziosa collaborazione offerta e per aver reso possibile la realizzazione della mostra e degli eventi:
Ringraziamo tutti i componenti di questo lungo elenco preso dal bellissimo sito ufficiale, e concludiamo con una facile constatazione: Matilde ha saputo riunire tante forze della nostra terra per creare un grande evento che ci accompagnerà per alcuni mesi, ma speriamo anche oltre, se avremo tutti lavorato bene…
Matilde sei mitica!
Umberto Rosi
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Là dov’è il tuo tesoro…
Non potete non aver riconosciuto il riferimento evangelico del titolo; si tratta del noto versetto di Matteo 6,21 che recita: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”. Il nostro cuore pende sempre ed è sempre proteso verso quello che ciascuno di noi pensa essere il proprio massimo tesoro. Oggi questo massimo tesoro, il più alto interesse ed aspirazione è molto monocorde: è la ricchezza, il denaro, i soldi.
Ebbene, non dobbiamo pensare che in epoca canossana la situazione fosse molto diversa. Tutti noi sappiamo come la società di quell’epoca fosse costruita su una solida forma piramidale: gli straricchi sopra, pochi e ricchi a dismisura; alcuni mezzi ricchi sotto; poi un’immensa moltitudine di poveri a formare la base dell’ingiusta piramide. E la Chiesa faceva parte di questo triste modello: basta citare l’arcinoto problema della simonia, cioè il commercio delle cariche ecclesiastiche vendute per denaro e non certo per vocazione.
Il padre di Matilde, il gran condottiero Bonifacio, ci serve di esempio per illustrare quanto andiamo dicendo. Egli fu un gran guerriero, un gran conquistatore, fu pure un abile politico; ma fu un simoniaco e riguardo alla ricchezza e ai soldi ne fu un esagerato adoratore e un utilizzatore smodato ed esagerato.
Il De Principibus Canusinis (questo il vero titolo della Vita Mathildis) di Donizone nel Libro I, capitolo XIII ci narra di un dono spropositato di Bonifacio all’imperatore Enrico III: avendo costui tanto apprezzato il suo aceto balsamico, Bonifacio gliene inviò una botte, ma fatta in argento e portata su un carro pure d’argento; tutto questo per colpire il proprio capo, l’imperatore, per la propria ricchezza e la propria potenza.
Riguardo poi alla simonia, Bonifacio ne fu un accanito utilizzatore, vendendo cariche, ma anche derubando beni alle Chiese e rivendendoli poi a caro prezzo o impossessandosi di possedimenti ecclesiastici per aumentare le proprie proprietà allodiali.
Sempre Donizone nel capitolo XVI della sua Vita ci ricorda però che Bonifacio aveva dei momenti di grande pentimento per queste sue malefatte. Egli andava una volta all’anno all’Abbazia di Pomposa; là c’era il suo confessore, Guido degli Strambiati, che fu abate a Pomposa dal 1008 al 1046 e poi santificato. Si trattava di un grande religioso e la sua vocazione ricorda quella di San Francesco, perché anche lui si svestì di tutte le sue ricchezze per dedicarsi solo a Dio.
Guido attendeva Bonifacio con severità ed ascoltava i suoi peccati di cui, confessandoli, gli pareva di pentirsi sempre di più e di meritarsi grandi penitenze, tanto da chiedere di essere frustato, cosa che egli fece proprio davanti all’altare della Madre di Dio.
Ma questa confessione, questa penitenza, questo perdono ottenuto, non cambiavano Bonifacio, perché tutto il mondo intorno a lui era come lui, tutto durava come era sempre stato, la forza costringeva alla servitù e la ricchezza tornava sempre alla forza. C’era l’abitudine a questo sistema di vita e anche i buoni esempi controcorrente non riuscivano a far cambiare mentalità.
Un giorno, dice Donizone, egli vide i giovani novizi del monastero in preghiera e vide che erano così intenti a questa loro preghiera, con tale devozione e distacco da questo mondo e dalla sua mentalità, da non staccare mai gli occhi da terra, concentratissimi, come rapiti in quel tesoro così grande che è il dialogo con Dio. Bonifacio pensò che questo rapimento in un mondo diverso, distaccato, celeste, fosse effimero e che ci fosse il mezzo di comprare l’immersione nella vera realtà di questo mondo anche per quegli ingenui novizi.
Inviò un suo servo sul tetto, dopo avergli dato tante monete d’oro, e quando il servo fu là, da un buco buttò le monete che caddero sul pavimento con un rumore, inconfondibile, che avrebbe distratto chiunque dalle sue occupazioni per aguzzare l’avidità naturale di impadronirsi del denaro. Bonifacio vide invece, coi suoi occhi, una cosa che non si sarebbe mai aspettato: i novizi continuarono a pregare e nessuno di loro alzò neppure gli occhi. Bonifacio fu sorpreso, ma per poco: “Impareranno con l’età”, commentò cinicamente. Neppure per un attimo pensò che lui avrebbe invece potuto imparare da loro.
Umberto Rosi
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E’ forse già qualche giorno che state leggendo qualcosa di questo sito, però è proprio oggi che esso viene, per così dire, inaugurato: oggi 4 agosto 2008.
Uno dei motivi è perché il 4 è il nostro numero preferito; un altro è perché oggi si commemora Giovanni Maria Vianney, il santo curato d’Ars.
Vi invitiamo a continuare a frequentare il nostro sito, se vi piace, e anzi a diffonderne anche la conoscenza: può essere un servizio alla cultura e alla storia delle nostre terre matildiche!
Giovanni Maria Vianney, trasportatore
Giovanni Maria Vianney nasce nel 1786 a Dardilly, vicino a Lione; la sua era una famiglia di contadini, quindi non ricca e non colta; Giovanni Maria stesso va a scuola per la prima volta a 17 anni e rivela sempre una certa difficoltà di apprendimento, anche quando, con rammarico del padre che si vede fuggire due braccia per il lavoro nei campi, decide di intraprendere lo studio da sacerdote. Diverse volte pensa di rinunciare agli studi, ma alla fine nel 1815 viene ordinato sacerdote.
Nel 1818 viene inviato in quella che sarà la destinazione definitiva della sua vita: il paese di Ars, anzi il paesino di soli 230 abitanti. Piccolo, ma non certo fervente nella fede:gli anni della Rivoluzione francese avevano lasciato i loro segni sulle abitudini di vita, possiamo dire che il nostro curato si ritrova in un ambiente quasi scristianizzato. Era dura per una persona come lui, non era certo dotata di capacità intellettuali eccezionali; ma non gli mancava la fede e la forza di volontà.
Quando camminava nella nebbia verso il paesino, chiese la strada a un pastorello che gli domandò che cosa facesse; gli rispose che il suo compito era quello di mostrare la strada del cielo. Come sempre, l’esempio è quello che conquista gli animi. Molto semplicemente, il curato aumenta la sua presenza, le sue preghiere, le sue predicazioni e le sue astinenze; predica contro il male e pratica il bene e ciò a poco a poco gli avvicina i suoi parrocchiani, ma non solo, anche gli abitanti dei paesi vicini poi anche di quelli lontani: la gente accorre a frotte per “vedere un santo” e per farsi da lui confessare, cioè ricondurre, con il perdono divino, tra le braccia accoglienti del Padre misericordioso.
Dal 1835 fino al 4 agosto 1859, giorno della sua morte, saranno migliaia quelli che a lui vorranno confidare le proprie pene e le proprie mancanze nelle confessioni che ormai, data l’affluenza, lo costringevano in confessionale anche più di 15 ore al giorno, dalle due di mattina fino a sera.
Fu necessario organizzare i pellegrinaggi ad Ars con servizi di trasporto per i quali occorreva munirsi di biglietto valido per otto giorni, quegli otto giorni che avrebbero permesso, data la fila, di potersi confessare da lui. Questi servizi di trasporto ci portano alla metafora del “trasportatore”, cioè di colui che, facendosi strumento di Dio, ne ottiene il perdono dei fedeli per poter trasportare al cielo le loro anime purificate.
Lo scrittore Bernanos scrisse che la Chiesa è come una grande impresa di trasporti verso il Paradiso, però ci vogliono i santi che organizzino il traffico.
Il curato d’Ars ha saputo fare questo, riuscendo a raggiungere l’intimo del cuore dell’uomo, là dove il sacramento della riconciliazione, col suo perdono misericordioso, riesce ad agire con la sua grazia e a ottenere la conversione più profonda. Ci sono momenti privilegiati in cui il cuore dell’uomo chiede perdono, perché il perdono è vita, e il sacramento posa nei cuori questa grazia e li rinnova e converte: e se un cuore si converte, è il mondo che comincia a cambiare.
Giovanni Maria Vianney fu un grande trasportatore e organizzatore di questo traffico che, nella sua memoria, si deve sempre perpetuare.
Umberto Rosi
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29 Luglio 2008
Il valore del perdono di Canossa
Andare a Canossa è un detto diventato proverbiale, e nasce dal fatto del 1077 di Enrico IV che si reca a Canossa per essere perdonato da Papa Gregorio VII. Il quadro storico è presto detto: l’Imperatore ha dichiarato deposto Gregorio, ma costui ha risposto con la scomunica, cosa che ha messo Enrico IV in grave difficoltà nel suo Impero, con il forte rischio di non riuscire a conservarlo, motivi politici, più che religiosi, dei quali del resto non sembrava molto interessato.
Da parte sua il Papa molto recalcitrò prima di farsi convincere, quasi costringere al perdono, anche lui proprio per motivi politici e non religiosi: dalla sua parte si erano schierati i principi tedeschi, perdonando Enrico li avrebbe sottoposti ad un grave pericolo. Perdonare Enrico senza costringerlo prima a recarsi in Germania alla convenuta dieta di Augusta fu sicuramente un errore di carattere politico, e lo si vide già dai primi giorni seguenti il 28 gennaio 1077.
Ma il perdono non deve percorrere soltanto le strade della politica e della diplomazia, il perdono ha sue strade ben diverse.
Di fronte a questo perdono si sono trovati a giudicare tanti storici e studiosi; noi vogliamo rifarci agli studi di un grande reggiano, monsignor Leone Tondelli (1883-1953), che ha onorato la storia della Chiesa reggiana con la sua opera assidua sia nel campo pastorale che culturale e teologico. Grande studioso della Bibbia con metodi scientifici (per questo anche sospettato di Modernismo, cui invece si oppose), soprattutto della figura di Gesù Cristo (sua la voce “Gesù Cristo” nella Enciclopedia Italiana), ebbe anche il tempo di occuparsi di studi danteschi e scrisse pure la bella biografia “Matilda di Canossa”, in prima edizione nel 1915, in seconda rinnovata nel 1925 e nella definitiva terza edizione del 1970 per i tipi della Libreria-editrice Bizzocchi, in cui compare appunto il capitolo “La scena di Canossa ed il suo valore” (da cui le citazioni). Nel 1949 il Tondelli aveva già pubblicato un saggio, “Il valore dell’assoluzione di enrico IV a Canossa” per la rivista “La Scuola Cattolica”.
Ebbene, l’illustre reggiano ci spiega bene la differenza fra un perdono richiesto solo per interesse politico personale (come fece Enrico) e il perdono cristiano.
A pag. 60 leggiamo: “La questione politica messa da parte, rinviata alle assise dei principi germanici, una sentenza di assoluzione rivestiva un carattere personale: non era il Re, ma l’individuo che domandava d’essere riammesso nella comunione della Chiesa”.
“Quegli che si sottopone a penitenza non è il rappresentante dell’autorità imperiale o civile, ma il cristiano peccatore. E la penitenza non si fa al pontefice, ma a Dio”, troviamo a pg. 64, per concludere con queste altre parole di pag. 69: “Dinnanzi a Gregorio VII si trovava allora il cristiano, disposto a fare penitenza dei peccati commessi,e che chiedeva di essere riammesso nel grembo della Chiesa”.
Il valore del perdono di canossa allora va al di là dei fatti storico-politici e ritorna invece ad una misura umana più personale: esso non è una formalità, è invece vero solo se capace di rinnovare le persone che ricevono e che concedono il perdono; a Canossa il perdono avrebbe potuto trionfare, fermare le guerre e le discordie; ma a Canossa il perdono fu tradito.

L’imperatore Enrico IV invoca Ugo di Cluny e Matilde di intercedere per lui presso il Papa Gregorio VII (cod.vat.lat.4922).
Umberto Rosi
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Bronislaw Geremek, trattare per costruire

“Dissidente, combattente, patriota, oppositore, diplomatico, mediatore, negoziatore”, sono questi i principali appellativi utilizzati in questi giorni per il polacco Bronislaw Geremek tragicamente scomparso in un incidente stradale mentre stava recandosi con la sua auto a Bruxelles dove ricopriva la carica di eurodeputato dal 2004.
Era nato a Varsavia il 6 marzo 1932, muore a Poznan il 13 luglio 2008. Viene ricordato per la sua attività di grande intellettuale, storico soprattutto del periodo medievale dopo essere stato allievo di Philippe Braudel; dissidente del regime comunista e “mente” di Solidarnosc al fianco di Lech Walesa; deputato polacco dall’ ’89 al 2001, ministro degli esteri dal 1997 al 2000 (firmò l’adesione alla Nato nel 1999), eurodeputato.
Vediamo cosa di lui ci può interessare di più nel nostro sito.
- Fu studioso del Medioevo, e il suo libro rimasto più famoso è “La pietà e la forca”, in cui presenta un quadro storico eccezionale della miseria e della carità in Europa dal Medioevo all’età moderna. Nelle prime pagine del libro ci dà un quadro del Medioevo che vale la pena cercare di riassumere. Generalmente si considera il Medioevo in modo negativo, anche per i residui che ha proiettato nella mentalità odierna. Esso viene presentato in modo piatto, e non con quella dinamicità che invece gli è propria. Molto è dovuto al fatto che il millennio medievale appartiene alla civiltà cattolica, caratterizzata da coesione interna e continuità di sviluppo. La religione cristiana univa la civiltà medievale e la Bibbia forniva le istruzioni su come vivere e la base dei valori e dei programmi sociali. Chi volesse parlare di radici dell’Europa, vedrebbe bene come la pensa Geremek, intellettuale onesto anche se non cristiano, essendo di religione ebraica (il padre era morto ad Auschwitz) ed aperto fra l’altro alla religione islamica, essendo sempre stato favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Per lui la diversità di religione non doveva essere motivo di divisione, e lo dimostrò con la sua grande amicizia col papa polacco.
- Abbiamo già accennato al suo convinto europeismo; fu lui come ministro degli esteri polacco ad avviare le trattative per l’ingresso del suo paese nella UE; fu lui ad occuparsi intensamente della riconciliazione polacco-tedesca; fu lui che si battè, anche nel proprio paese, per l’allargamento UE a paesi come l’Ucraina e la Bielorussia e a difendere la candidatura turca. Attualmente era deputato al Parlamento europeo nel gruppo dei democratico-liberali, ed era stato ad un passo dal diventare Presidente dello stesso parlamento. Aveva la stima di tutti gli europeisti convinti, e a lui venivano affidate le trattative più delicate soprattutto per l’allargamento dell’UE e per avvicinare la gente allo spirito dell’Unione, da non vedere solo sul piano economico, ma soprattutto ideale, dopo che l’Europa stessa era stata la causa di infiniti avvenimenti bellici e di ben due Guerre mondiali.
- Lottò sempre per la libertà, ma mai con metodi violenti e antidemocratici. Dichiarò la propria soddisfazione per aver operato a favore del “passaggio non violento dal regime totalitario alle libertà democratiche”. Per la sua partecipazione a Solidarnosc fu internato per ben due volte per più di un anno e mezzo fra l’ 81 e l’ 83; fu consigliere di Lech Walesa e “mente” della transizione alla democrazia, partecipando alla Tavola rotonda col regime polacco di Jaruzelski, dove trattò per raggiungere in modo pacifico a una democratizzazione progressiva basata su una serie successiva di accordi. Il suo successo, condiviso con tanti altri (fra cui il suo amico Papa) ci portano a sottolineare come la ricerca della libertà non vada mai perseguita con la violenza, cole la democrazia, pur coi suoi limiti, è l’unica però a garantire le libertà, come la non-violenza sarà la strada stretta, però è anche la sola via che porta al perdono reciproco, alla accettazione incondizionata e alla convivenza pacifica.
Tutto questo ci insegna Bronislaw Geremek, che ricordiamo ad una settimana dalla morte ma che dovremo continuare a ricordare per il suo grande insegnamento di vita.
Umberto Rosi
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14 luglio 2008
Ingrid Betancourt nel cuore della gente
“Certi amori regalano un’emozione per sempre…..parole che restano così nel cuore della gente”, cantava pochi anni fa Eros Ramazzotti rendendo pubblico quello che stava vivendo in quel momento nella propria vita privata.
Ma certi personaggi, più di altri, non si esauriscono nella propria privacy.
E’ il caso di Ingrid Betancourt, diventata per tanti il simbolo di una sofferenza vivente in un tunnel quasi ineluttabile, da cui all’improvviso esce un barlume e infine la luce piena della salvezza.
E a questo punto la mediatizzazione si impadronisce del caso e vuol sapere tutto: come ce l’hai fatta? Come stai? Come era? Cosa provi?
Domande emozionali, proprio perché la mediatizzazione punta sull’emotività. E Ingrid invece se ne esce con una risposta ben più profonda, più difficile e impegnativa:
Io ho perdonato.
Speriamo che queste semplici ma ieratiche parole restino nel cuore della gente e dal loro cuore non facciano solo uscire un’emozione, ma una riflessione e un cambiamento nel proprio modo di vedere e di vivere la vita.
Sono eccezionali le parole di Ingrid raccolte dal quotidiano La Croix e dalle riviste Pèlerin e La Vie.
“La preghiera mi ha trasformata. Ci sono due strade di fronte alla violenza: ci si può lasciare abbrutire, diventare acidi, arcigni, vendicativi, ci si lascia riempire il cuore di rancore. Oppure si sceglie l’altra starda, quella che Gesù ci ha mostrato. Egli ci chiede: “Ama i tuoi nemici”. Ogni volta che leggevo la Bibbia, sentivo che queste parole si indirizzavano a me e mi arrivavano dritto al cuore.”
“La sola risposta alla violenza, è una risposta d’amore” . E ha aggiunto: “ E’ molto difficile amare i propri nemici. Ma io trovavo in Cristo come un trampolino, che mi impediva di dire “Li odio”, e questo mi dava una gran pace. Osservavo il mio carceriere e potevo sorridergli”.
Questa è la testimonianza di cosa possiamo ottenere da noi con l’aiuto di Dio e mettendo in pratica la sua richiesta di amore e di perdono che dà grandi frutti in noi e in tutti gli altri.
Umberto Rosi







