11 Settembre 910 – 1100° anniversario
FONDAZIONE DELL’ABBAZIA DI CLUNY
L’11 SETTEMBRE 910, il Duca d’Aquitania Guglielmo I, detto il Pio, cede un terreno a un gruppo di 12 monaci benedettini.
Il luogo si chiama Cluny. Situato non lontano dal fiume Saone, diventerà un’abbazia, la più illustre e la più grande del mondo occidentale grazie ai privilegi di cui è stata dotata alla sua nascita.
La carta firmata dal Duca Guglielmo, modello di previdenza e di lucidità politica, comporta 4 clausole principali :
–lo stretto rispetto della regola di san Benedetto (tra cui l’alternanza del lavoro e della preghiera)
– l’esenzione da ogni soggezione temporale, da parte di re e signori, come da quelle spirituali, da parte di vescovi, compresa quella del Papa
– il patrocinio degli apostoli Pietro e Paolo e la difesa del santo Pontefice
– l’obbligo espresso di dedicarsi con il più ardente zelo « secondo l’opportunità e le possibilità del luogo alle opere quotidiane della misericordia verso i poveri, gli indigenti, gli stranieri e i pellegrini ».
Stipulando che i monaci eleggeranno liberamente il loro abate e non accetteranno che la giurisdizione del Papa, l’abbazia di Cluny fa un’opera rivoluzionaria. Grâce à son indépendance, l'abbaye va très vite se développer et rayonner dans tout l'Occident.
Monaci usciti da Cluny rilevano molti monasteri in decadenza, comeSaint-Benoît-sur-Loire o Saint-Maur-des-Fossés, e ne fondano dei nuovi. Presto si conteranno più di mille comunità cluniacensi in Europa. L’abbazia borgognona diviene il centro di una congregazione, cioè di un insieme di abbazie secondarie i cui abati obbediscono a quello di Cluny.
La grandezza di Cluny e il suo maggior ruolo nella nascita e nello sviluppo dell’Europa moderna debbono molto alla qualità dei suoi primi abati.
Dall’anno Mille, questi abati ispirano i Papi e i grandi di questo mondo. Fra essi, Odone, successore di Bernon, Maiolo, Odilone e Ugo che ebbero tutti grande longevità.
(Umberto Rosi)

Cronologia della vita di sant’Ugo di Cluny
1024: nasce a Semur, Francia
1037: pur avendolo predestinato il nobile padre alla cavalleria, entra nel monastero di san Marcello di Chalon
1039: entra a Cluny, di cui è abate Odilone, che lo nota subito per la sua intelligenza.
1044: è ordinato sacerdote
1049: alla morte di Odilone i monaci di Cluny lo eleggono all’unanimità abate; per la prima volta nella storia di Cluny non è stato designato direttamente dal suo predecessore. Sarà abate fino alla morte e per ben 60 anni.
1051: è padrino a Colonia del figlio dell’imperatore Enrico III, il futuro Enrico IV.
1056: Ildebrando di Soana visita Ugo a Cluny; ne diverrà legato quando il primo sarà Papa Gregorio VII.
1063: san Pier Damiani presiede il Concilio di Chalon, in cui si riconosce che Cluny dipende direttamente dalla Santa Sede e non dal Vescovo di Macon.
1077: il re di Spagna dona a Cluny una rendita annua di 100.000 denari per l’aiuto dato da Ugo nella Riconquista spagnola. E’ mediatore, con Matilde, fra il Papa e l’imperatore a Canossa.
1095: partecipa al Concilio di Clermont e si schiera a favore della Crociata.
1098: il Papa Urbano II si ferma a Cluny per consacrare l’altare della nuova Abbazia, chiamata Cluny III, fatta costruire da Ugo.
1106: il Papa Pasquale II festeggia il Natale a Cluny.
1109: Ugo muore a Cluny.
1120: viene santificato da Papa Callisto II che non si accontenta subito dei documenti presentati e interroga molti testimoni. Lo si festeggia il 29 Aprile.
Fra il 1120 e il 1125 sono scritte 4 vite su di lui.
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Dalla Vita di sant’Ugo
Abbiamo detto delle quattro vite scritte fra il 1120 e il 1125; fra queste, scegliamo un paragrafo della Vita scritta da Rinaldo di Vézelay, che fu suo nipote e priore a Vézelay, monastero “associato” a Cluny.
La sua Vita è molto stringata e ripete episodi dalle altre che ormai sono diventati dei veri e propri topoi, perché quello che gli interessa è soprattutto quello di ribadire i concetti chiave della ormai affermata agiografia su Ugo.
Non manca la profezia della sua grandezza espressa da un non meglio precisato monaco; non manca la proclamazione dell’elezione all’unanimità di Ugo ad abate; non manca neppure la sottolineatura delle mortificazioni a cui egli sottopose il proprio corpo, e non perpurgare propri peccati o colpe, ma anche quelli del padre.
Ci preme soprattutto sottolineare come nel passo che abbiamo scelto venga accentuato il valore dell’insegnamento del suo maestro, l’abate Odilone, pure lui santo, perché questa era una caratteristica di Cluny, che l’abate seguisse i suoi monaci, seppure molti, uni ad uno per condurli al cospetto della grazia di Dio.
Possiamo dire che Odilone ci riesce molto bene, come viene detto nella riga finale: Ugo, nella preghiera, colloquiava faccia a faccia con il Signore, in un fervore veramente mirabile che porta ad un vero distacco dal mondo.
“Come se, mentre leggeva, Dio gli parlasse in persona”, dice Rinaldo nell’ultima riga; la lettura, a quei tempi, veniva eseguita ad alta voce; era quindi come se la voce di Ugo si trasfigurasse e venisse da lui percepita come se fosse direttamente quella di Dio. Questo ci dice come la lettura non fosse un puro e semplice esercizio rituale, ma era un modo per mettersi direttamente al cospetto di Dio e ascoltare la sua viva voce. In questa lettura della Sacra Scrittura, così intensa, e nella preghiera così trasformante, anche oggi abbiamo molto da imparare da questi antichi monaci di Cluny e soprattutto dai loro santi come sant’Ugo.
Itaque relictis omnibus, a saeculo nudus evasit, et beati Odilonis magisterio se submittens, Cluniaci monachus efficitur;in cuius susceptione quidam de senioribus , ut fertur, in haec verba prorumpens: “O quantum , inquit, hodie thesaurum, Cluniacensis Ecclesia, suscepisti!”.
Qui postea, quantae humilitatis, quantae puritatis et honestatis, quamque fervensin amore Dei exstiterit, non sermo noster, sed beati Odilonis solertia, qui eum infra annos adolescentiae, Cluniacensem ordinavit praepositum, declarat.
In cuius regiminis officio, qua misericordia et charitate, qua strenui tate et vigilantia institerit, seniorum Cluniacensium devotio manifestat; qui ad primum de abbatis electione verbum, cum eum nominasset qui electioni praeerat, et in caeteris nominandis procedere voluisset, statim de sede eum rapuerunt, et cum Dei laudibus in abbatem levaverunt.
Tunc denique quas cruce sibi indixerit, lorica illa, qua indutus ad carnem juventutem suamperdomuit, una prae caeteris ad medium deducta sufficit, sub qua, et suam, licet innocens, et patris sui qui de mundo jam excesserat poenitentiam agebat.
De lectione vero et oratione, quibus pene jugis insistebat, ita paucis censeo definiendum, quia sicin utroque se insatiabilem ostendebat ac si, cum legeret, Deus ei visibilis loqueretur; cum vero oraret, facie ad faciem cum Deo sermocinaretur.
[Traduzione:
Perciò, dopo aver rinunciato a tutto, si spogliò del mondo e si fece monaco a Cluny dopo essersi sottomesso all’insegnamento del beato Odilone e si dice che durante la cerimonia di ammissione al monastero dai monaci più anziani si esclamasse: “Quale grande tesoro, o comunità di Cluny, hai oggi ricevuto!”.
L’accorta decisione del beato Odilone che lo nominò ancora adolescente priore del monastero di Cluny mostra assai meglio delle nostre parole quanto grandi furono in seguito la sua umiltà, la sua purezza, la sua dignità di vita e il suo ardente amore per Dio.
La venerazione degli anziani di Cluny nei suoi confronti fu la conferma di quale carità, di quali sentimenti di pietà, di quale zelo e sollecitudine rivelò durante il tempo in cui tenne l’incarico; quando, al momento della presentazione della prima candidatura per l’elezione dell’abate, colui che presiedeva l’assemblea fece il nome di Ugo e volle poi procedere con gli altri nomi, gli anziani corsero subito a trascinarlo via dal posto in cui sedeva e lo elevarono alla dignità di abate levando lodi a Dio.
Tra le mortificazioni che si impose allora è sufficiente ricordare il tormentoso corpetto di ferro che indossò sulla nuda carne per domare gli impulsi della sua giovinezza e con il quale voleva espiare non solo i suoi peccati, seppure innocente, ma anche quelli del padre, che ormai era morto.
Penso bastino poche parole per descrivere come fossero la sua lettura dei sacri testi e la sua preghiera alle quali si dedicava quasi sempre sembrando non essere mai sazio né dell’una né dell’altra, come se Dio, rendendosi visibile, gli parlasse mentre egli leggeva e durante la preghiera Ugo colloquiasse faccia a faccia con il Signore].
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Sant’Ugo non fu soltanto un santo, non visse solo per la preghiera e per la parola o per il successo religioso del proprio ordine, fu anche un diplomatico molto compromesso nelle vicende storiche della sua epoca. Vediamo questo capitolo:
Capitolo 26
Ad cuius reconciliationem cum a summo pontifice Gregorio septimo evocatus fuisset, et liminibus apostolorum (quia ibi Caesar cum exercito suo morabatur) transmissis, ad summum pontificem divertisset, rex hoc comperto legationem ad eum misit, reprehensibilem eum judicans quod pro mortali homine praetergressus fuisset.
Ad vir Dei non ex neglectu, sed ex bona intentione se praetermisisse locum respondit, citius ab apostolis veniam se impetraturum, si ob reformandam pacem severum pontificem priorem eis adivisset, quam in ejusdem pontificis gratiam rediturum, et ad causam minus profuturum, si sub specie orationis, regium pontificali videretur praetulisse colloquium.
Et licet in concordiam vir Dei eos non potuisset adducere, tamen imperator paulo mitior factus ex tam rationabili responso Sutriam, ne Romae secundus videret, quem prior videre non potuit, ad eius colloquium venit; ubi post multum ad invicem habitum verbum, rex pro quodam Brixiano episcopo, qui ipsi viro Dei injuriam captionis, zelo regio ductus, intulerat, flexis genibus satisfecit.
[Traduzione capitolo 26
Quando gli fu chiesto da papa Gregorio VII di operare per una riconciliazione con Enrico IV, Ugo evitò di recarsi alla sede degli apostoli (infatti lì si trovava l’imperatore col suo esercito) e andò direttamente dal sommo pontefice, per la qual cosa il re, venuto a saperlo, gli inviò un’ambasceria per biasimare la sua condotta, perché per un uomo mortale aveva trascurato la sede apostolica.
L’uomo del Signore rispose di averlo fatto non per negligenza, ma perché animato da una buona intenzione, infatti sarebbe stato più facile ottenere il perdono degli apostoli Pietro e Paolo per aver reso visita, al fine di poter ristabilire la pace, prima al severo pontefice che a loro, in caso contrario sarebbe stato più arduo ottenere la riconciliazione con il papa e avrebbe giovato di meno alla pace se, a motivo della preghiera, avesse dato l’impressione di voler incontrare il re prima del pontefice.
E sebbene il santo abate non fosse riuscito a riconciliare i due uomini, l’imperatore, addolcito alquanto nell’animo da una risposta così ragionevole, si recò a incontrare Ugo a Sutri, non volendo parlare a Roma per secondo con lui che nella stessa città non aveva potuto incontrare per primo; qui, dopo un lungo scambio di idee, il re chiese perdono in ginocchio per come aveva agito il vescovo di Brescia che spinto da eccessivo zelo per il sovrano aveva fatto subire ad Ugo l’oltraggio dell’arresto].
Siamo nel 1083; Enrico IV, dopo lungo assedio, è finalmente riuscito ad entrare a Roma, ma Gregorio VII si è rifugiato in Castel sant’Angelo; Ugo cerca di trovare un accordo fra i due contendenti. Questa del mediatore, del resto, fu la parte che egli recitò anche a Canossa in occasione del famoso perdono del 1077. Ugo e Cluny costituivano la secondaRoma, erano in pratica un interlocutore altro della cristianità rispetto al Papato, che del resto in quel periodo fu spesso diviso fra papa ed antipapa. Doveva seguire una diplomazia tutta sua, non troppo legata al carro di nessuno dei due massimi contendenti. Si noti l’ironia con cui risponde all’imperatore parlandogli del severo, inflessibile pontefice, più difficile da convincere che non gli stessi apostoli. Questa della severità di Gregorio VII è l’immagine che di lui hanno fatto passare numerosi storici, soprattutto quelli germanici.
Notiamo anche la brutalità di Enrico IV che, avendo scelto un antipapa, parla di Gregorio solo come di “uomo mortale”: forse forse avrebbe preferito parlarne come di uomo morto, come la congiura ci Cencio, di cui parliamo altrove, ci ha fatto vedere. Ma vediamo anche come in Enrico c’è sempre un aspetto di ambiguità, come una possibilità per lui di essere superiore a se stesso ed ai propri interessi: lo cogliamo quando lo vediamo inginocchiarsi davanto al venerabile abate.
Veniam, pacem, gratiam, colloquium: quattro accusativi molto legati fra di loro, che parlano della stessa cosa, della grazia della pace da ricercare col colloquio e col perdono. Stiamo forse parlando di un’utopia, che in ogni caso non si avverò nel corso della lotta per le investiture.
Alla fine Ugo emerge dall’episodio come se lui fosse il deus ex machina della politica dell’epoca e l’agiografo Rinaldo di Vézelay lo sottolinea naturalmente per portar acqua al mulino dell’ordine cluniacense, in quel momento già all’inizio della sua crisi che si rivelò poi irreversibile.